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La pirateria online? «Un bluff»

Secondo l'Istituto di Criminologia Australiano, i fenomeno sarebbe soltanto una «iperbole auto-promozionale»

 
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AUSTRALIA – Le case discografiche, le major del cinema e i produttori di software non abbandonano la lotta contro internet e il peer-to-peer, e sono sempre più numerose le iniziative intraprese dai tutori del copyright di molti Paesi a danno di cittadini accusati di pirateria online. Perché, secondo loro, l’attività di questi pirati della rete danneggia inesorabilmente l’industria e il mercato.
ARGOMENTI CONTRO – Tuttavia, c’è anche chi non la pensa così e sostiene invece che le statistiche sulla pirateria digitale sono assurde. La voce in questione è quella dell’Istituto di Criminologia Australiano, che ha stilato un rapporto sull’argomento, definendo i dati in possesso dei sostenitori della battaglia anti-pirateria come un’iperbole auto-promozionale. Secondo il documento redatto dall’Istituto, infatti, i detentori del diritto d’autore non spiegano con quali criteri siano riusciti a determinare il volume delle perdite finanziarie attribuite al fenomeno sotto accusa. Le cifre elaborate dalla Business Software Association australiana (Bsaa) nel 2005, per esempio, rivelano che tale perdita (in termini di vendite) ammonterebbe a circa 361 milioni di dollari all’anno: numeri «non verificabili ed epistemologicamente inaffidabili» – secondo il report – che non è legittimo utilizzare in tribunale a sostegno della causa.
LA DIFESA – Il presidente della Bsaa, Jim Macnamara, si è prontamente espresso a sostegno delle informazioni fornite dalla sua associazione, spiegando che i numeri citati sono stati confermati anche da altri studi. Inoltre, ha aggiunto Macnamara, chi li contesta può dirsi poco convinto, ma non ha titolo per dire che siano dati non verificati.
Alessandra Carboni
09 novembre 2006

FONTE: CORSERA

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