di Mattia Fabbri
OSSERVAZIONI DI ALTRI SCIENZIATI E FILOSOFI SUL PRINCIPIO ANTROPICO
“Il principio antropico è male accettato, anche nella versione debole, perché è visto come una rinuncia, un abbandono dell’obiettivo di comprendere perché il mondo è come è. Inoltre, modificare un solo parametro di una teoria senza toccare gli altri è giustificato solamente se i parametri in questione sono veramente indipendenti. Ma se, come si spera nel caso di una teoria definitiva, esiste un’unica legge, allora questi parametri sono legati gli uni agli altri in maniera adeguata.
(…) Un’apparente coincidenza numerica a volte rivela un’unità soggiacente.
(…) Inoltre il principio antropico non riesce a spiegare tutte le regioni dell’universo. Per esempio, il nostro sistema solare rappresenta certamente un prerequisito indispensabile ed essenziale per la nostra esistenza, e così anche una precedente generazione di stelle vicine in cui gli elementi pesanti hanno potuto formarsi attraverso processi nucleari. Può anche darsi che alla nostra esistenza fosse necessaria tutta intera la galassia in cui ci troviamo. Ma non sembra assolutamente necessaria l’esistenza di altre galassie, né tanto meno dei milioni di milioni di galassie che noi vediamo distribuite con una certa uniformità in tutto l’universo osservabile. A causa di questa omogeneità su larga scala dell’universo è molto difficile sostenere un punto di vista antropocentrico o credere che la struttura dell’universo sia determinata da qualcosa di così marginale come alcune complicate strutture molecolari sviluppatesi su un pianeta minore che orbita attorno a una comunissima stella all’estrema periferia di una galassia a spirale che non ha nulla di straordinario rispetto alle altre” (Stephen Hawking, Inizio del tempo e fine della fisica).
“Se non intendiamo ricorrere al principio antropico, allora abbiamo bisogno di una teoria unificante per spiegare le condizioni iniziali dell’universo e i valori dei vari parametri fisici” (Ibidem).
“Il principio antropico non è falsificabile, in quanto se fosse smentito dalle osservazioni non esisterebbe neppure l’uomo, e rientra quindi nel dominio della metafisica.
Inoltre, spiega tutto ma non predice nulla. (…) Lo stesso principio non ha confini ben definiti e la sua validità e significato dipendono dal contesto storico. Un genio al momento sconosciuto potrebbe scoprire domani una nuova teoria unificata, una T.O.E. (Theory Of Everything), che predice con esattezza i valori incerti. (…) In questo caso non rimarrebbe più spazio per il principio (antropico) se non la speculazione teologica in cui un dio biblico avrebbe creato un mondo regolato dalla T.O.E. in modo da provocare a tempo debito l’ascesa dell’uomo. Ma a questa ipotesi teologica si potrebbe rispondere che nulla esclude l’esistenza di altri mondi altrettanto reali, privi di intelligenza e per noi inaccessibili, ma descritti da teorie altrettanto splendide e simmetriche” (Tullio Regge, L’universo senza fine).
“Perché i valori delle costanti fondamentali della fisica, dalla carica dell’elettrone alla velocità della luce, sono quelli che sono e non altri?
(…) Una risposta semplicistica è data dal principio antropico, che altro non è se non l’ultimo tentativo di far rientrare dalla finestra l’antropocentrismo che Copernico e Darwin avevano scacciato dalla porta. Partendo dalla constatazione che la vita è possibile solo perché l’universo è fatto così, il principio antropico scambia bellamente l’effetto con la causa, e deduce che l’universo è fatto così solo perché la vita sia possibile.
(…) Un tentativo più serio e interessante di mediare fra teleologia e causalità è invece l’ipotesi dei molti universi, secondo la quale il nostro universo non è che uno dei tanti esistenti.
Dal punto di vista logico, essa asserisce semplicemente che tutto ciò che è possibile esiste (…). L’ipotesi dei molti universi è compatibile sia con una loro simultaneità che con una loro successione, come è tipico della probabilità.
(…) All’estremo opposto della causalità sta la necessità, e anch’essa è stata invocata come possibile spiegazione teleologica dell’universo. In altre parole, lungi dall’essere poco probabili, i particolari valori delle costanti fondamentali potrebbero essere gli unici possibili. Il fatto che essi non appaiano tali rispetto alle leggi fisiche attuali significa soltanto che queste sono ancora incomplete, e che si deve ancora arrivare alla teoria finale o del tutto: essa dovrebbe rendere conto in maniera univoca dell’universo, mostrando come e perché esso è l’unico possibile. Se così fosse, questa sarebbe effettivamente una soddisfacente risposta alla domanda teleologica”.
“Nell’attesa, qualcuno si accontenta della prova teleologica dell’esistenza di dio, che secondo Tommaso d’Aquino è la ‘più comune ed efficace’, e secondo Kant ‘la più chiara e conforme alla ragione umana’. Essa consiste semplicemente nel dire che, come l’orologio richiede l’esistenza di un orologiaio, così l’ordine dell’universo richiede un ordinatore. In francese ordinateur significa computer, il che suggerisce una versione aggiornata dell’argomento: se il mondo è un computer, il suo funzionamento richiede un programma e dunque un programmatore.
L’argomento risale almeno ai Presocratici (vedi Anassagora), e Platone lo ripetè nel Filebo: ‘Che l’intelligenza ordini tutte le cose è affermazione degna dello spettacolo che il mondo, il sole, la luna, gli astri e tutti i movimenti celesti ci offrono’.
(…) Nonostante la sua accattivante apparenza, l’argomento teleologico non è però per nulla convincente. Innanzitutto, come ha notato Kant nella Critica della Ragion Pura (413-419), dall’ordine si può al massimo dedurre l’esistenza di un ordinatore, e quindi di un demiurgo più che di un creatore. O, nella versione moderna, di un programmatore più che di un costruttore di computer.
(…) Un problema più fondamentale risiede nella nozione stessa di ordine. Come dice Leibniz nel Discorso di metafisica (VI):
‘Supponiamo che qualcuno segni su una carta una quantità di punti a caso: è possibile trovare una curva geometrica definibile in maniera uniforme mediante una regola, e che passi per tutti questi punti, proprio nell’ordine in cui la mano li ha tracciati.
(…) Ciò vuol dire che, in qualunque modo dio avesse creato il mondo, esso sarebbe stato sempre regolare e fornito di ordine generale’.
Se però ogni universo, per quanto caotico, sarebbe pur sempre ordinato in senso astratto (ovvero in senso matematico), allora il particolare ordine di questo universo non può dimostrare niente.
Leibniz ha dunque decostruito la prova teleologica, e ha mostrato che il dio la cui esistenza essa pretende di dimostrare non è altro che la descrizione matematica dell’universo. O, nei termini informatici già usati, dio è il programma del mondo, più che il suo programmatore” (Piergiorgio Odifreddi, Il vangelo secondo la scienza).
“E’ indubbio che l’esistenza dell’uomo nell’universo è possibile (perché di fatto esiste!), ma la supposizione che un evento così imponente fosse inevitabile racchiude un eccesso di autocompiacimento…a meno che non sosteniamo che le possibilità, quando si compiono, diventano necessariamente necessità. Questa convinzione megalomane ci avvicina pericolosamente alla ridicola conclusione che il frutto maturo che si è prefisso l’universo nel suo sviluppo siamo proprio noi (ma guarda un po’!). Non che le condizioni cosmiche siano tali da permettere la nostra comparsa (e, una volta comparsi, ci consentano di capirle, almeno in parte, oggettivamente), ma che sarebbero tali precisamente allo scopo di permetterci di comparire. Tuttavia, la modestia (e la saggezza!) dovrebbero impedirci di aspirare a tanto” (Fernand Savater, Le domande della vita).
“Anche se avessimo la capacità di conoscere in certo modo alcune parti del cosmo e rinunciassimo perfino alla pretesa di governarlo, non risulterebbe eccessivo credere di essere il suo obiettivo o uno dei suoi obiettivi necessari?” (Ibidem)
“C’è una soddisfazione e un autocompiacimento piuttosto ripugnante nell’argomentazione che l’uomo è così splendido da rappresentare una prova dell’infinita saggezza e dell’infinito potere del suo creatore. Coloro che utilizzano questo tipo di ragionamento tentano sempre di focalizzare la nostra attenzione sui pochi santi e saggi; tentano di farci dimenticare i vari Nerone, Attila, Hitler e i milioni di vigliacchi ai quali uomini simili dovettero il proprio potere” (Bertrand Russell, The listener, 29 Maggio 1947).
“Passando dalla fisica alla biologia si è consci di un passaggio dal cosmico al provinciale. (…) Dal punto di vista cosmico, la vita è un fenomeno di scarsissima importanza: pochissime stelle hanno pianeti; pochissimi pianeti possono ammettere la vita. La vita, anche sulla Terra, appartiene soltanto a una piccolissima porzione della materia vicinissima alla superficie. Durante la maggior parte dell’esistenza passata della Terra, faceva troppo caldo per la vita; per la maggior parte dell’esistenza futura, farà troppo freddo. Non è affatto impossibile che in questo momento vi sia vita nell’universo solo sulla Terra; ma anche se, facendo una stima molto liberale, supponiamo che si trovino sparse per lo spazio alcune centinaia di migliaia di altri pianeti su cui c’è vita, si deve ammettere, tuttavia, che la materia vivente faccia piuttosto una magra figura, se viene considerata come scopo dell’intero creato” (Bertrand Russell, La visione scientifica del mondo).
“L’universo è vasto; tuttavia, secondo Eddington, probabilmente in nessun luogo ci sono esseri intelligenti come l’uomo.
Considerando l’immensa quantità di elementi che ci sono nel mondo, gli esseri intelligenti ne rappresentano una parte infinitesimale.
(…) La Terra non rimarrà sempre abitabile; la razza umana si estinguerà, e se il processo cosmico deve avere una giustificazione nell’avvenire, la dovrà cercare in un altro posto che non sia la Terra. E anche quel nuovo cosmo dovrà pur cessare presto o tardi. La seconda legge della Termodinamica lascia ben pochi dubbi sulla catastrofe cui va incontro l’universo. Resta però una scappatoia: quando quel tempo verrà, dio ricaricherà il meccanismo; ma così dicendo, si fanno congetture fideistiche e non ipotesi scientifiche” (Bertrand Russell, Perché non sono cristiano).