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Riflessioni atee

di Mattia Fabbri

 CRITICA DI PAUL DAVIES ALLE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO

 

Critica alla prova cosmologica: “La prova cosmologica si articola più o meno nel modo seguente: ogni evento richiede una causa; poiché non può darsi una successione infinita di cause, occorre che vi sia una causa prima da cui tutto procede: questa causa è dio.

(…) Consideriamo la prima proposizione dell’argomento: ogni evento presuppone una causa.

(…) Si direbbe una convinzione ragionevole: ma è vero?

(…) E’ estremamente difficile confutare definitivamente la proposizione ‘ogni evento ha una causa’ perché occorrerebbe non solo individuare un evento apparentemente privo di causa, ma dimostrare anche che tale causa non è reperibile nemmeno disponendo di tutte le informazioni sull’universo, cosa che evidentemente è impossibile. Come si può essere certi che l’evento in questione non è causato da qualche processo rarissimo, o oscurissimo, o anomalo, o anche unico?

La scienza si è avvicinata alquanto alla confutazione di questa proposizione con la meccanica quantistica. Il comportamento delle particelle subatomiche è imprevedibile: non si può determinare cosa farà tra un attimo la particella sotto osservazione (corsivo mio).

Se per evento definiamo l’arrivo di una particella subatomica in una certa posizione, allora questo evento, secondo la meccanica quantistica, è privo di causa nel senso che è per sua natura imprevedibile. Per quante informazioni si possa disporre sulle forze e sulle influenze che agiscono sulla particella, non è possibile rimandare l’arrivo della particella stessa in una determinata posizione a qualcos’altro che lo determini: il risultato è per sua natura casuale, e la particella compare in quella posizione senza regola o motivo.

(…) Se, dunque, si accetta il fatto che gli eventi quantici non hanno, presi singolarmente, causa diretta, bisogna dedurne che anche la creazione della materia (esempio classico di processo quantico) avviene senza causa fisica? Sì, in un certo senso: una singola particella inizia ad esistere in modo improvviso e imprevedibile, senza che si possa determinare le coordinate spaziali e temporali dell’evento. Comportamento capriccioso ed individualistico, si dirà: ma che obbedisce pur sempre alle leggi della probabilità.

(…) Si potrà obiettare che ciò che ciò che ci sta cuore è di stabilire se tutto l’universo abbia o meno una causa, e non se la creazione o la comparsa in una determinata posizione di un elettrone obbedisca al principio di causalità. Alcuni fisici risponderebbero immediatamente affermando che anche l’universo nella sua interezza è sottoposto ai principi quantistici: ciò però ci porterebbe ad affrontare la vexata quaestio della cosmologia quantistica, la quale è oppressa da grossi problemi di coerenza interna.

 

(…) Comunque, ammettendo provvisoriamente che tutto l’universo, nonostante la teoria dei quanti, abbia una causa, qual è questa causa? Dio?

Conviene, a questo punto, prendere in esame la II seconda proposizione dell’argomento cosmologico: che cioè non può darsi una successione infinita di cause. Non si può fare scarica barile all’infinito.

(…) La convinzione che una successione infinita di ‘entità dipendenti’, e cioè una successione infinita di cause ed effetti, abbisogni di una spiegazione della sua esistenza (spiegazione impossibile quando tale successione includa tutto ciò che esiste) ha trovato molti critici, tra cui Hume e Russell. In un famoso dibattito radiofonico con padre Copleston, così Russell illustra il suo punto di vista: ‘Ogni uomo che esiste ha una madre (…) ma è ovvio che la razza umana non ha una madre’. In poche parole, se si spiega l’esistenza di ogni singolo termine della successione, anche la successione risulta ipso facto spiegata. E poiché ogni termine della successione deve la propria esistenza a uno o più termini precedenti, ciascun termine della successione infinita trova la propria spiegazione.

La questione della causa dell’intero universo ha un diverso statuto logico della questione della causa di un singolo oggetto o evento contenuto nell’universo.

In effetti, il problema dell’ ‘insieme degli insiemi’ è notoriamente infido. Se si dà a ‘insieme’ l’innocua definizione di ‘collezione di cose’, come Russell ha dimostrato con un famoso paradosso, può risultare che l’insieme degli insiemi non sia un insieme (c.f.r. il problema dell’insieme degli insiemi che non comprendono se stessi).

 

(…) Anche accettando l’argomento cosmologico solo a metà, ammettendo cioè che l’universo deve avere una causa, far coincidere questa causa con dio è operazione logica non facile. Basta infatti chiedere: ‘Qual è la causa di dio?’ e subito ricominciano le difficoltà. A questa domanda solitamente si risponde così: ‘Dio non ha bisogno di causa, poiché egli è un essere necessario, causa di se stesso’. Ma l’argomento cosmologico si basa sul presupposto che ogni cosa deve avere una causa; e arriva alla conclusione che almeno una cosa (dio) non è causata da alcunché: l’argomento è dunque intrinsecamente contraddittorio.

 

Inoltre, se si ammette che qualcosa – e cioè dio – possa esistere senza causa, viene meno la necessità del concetto di dio. Infatti, anche l’universo stesso potrebbe esistere senza una causa esterna a sé. Supporre che l’universo sia causa di se stesso richiede una sospensione dell’incredulità non maggiore che dichiarare che dio è causa di se stesso.

Come afferma Hume, ‘se ci fermiamo qui e non andiamo più oltre (di dio) non si capisce perché spingerci fin lì. Potremmo fermarci al mondo materiale (…). Ipotizzando che l’universo contenga in se stesso il suo principio d’ordine, in realtà non facciamo che affermare che l’universo è dio’ (Dialoghi sulla religione naturale). Questa citazione di Hume ricorda un po’ l’affermazione di molti scienziati (come Einstein), in realtà alquanto vaga, secondo cui ‘dio è la natura’ o ‘dio è l’universo’.

 

Ma l’obiezione forse più seria al sottotipo causale dell’argomento cosmologico è che i concetti di causa ed effetto sono strettamente legati al concetto di tempo. E, come si è visto, la moderna cosmologia avanza l’ipotesi che la nascita dell’universo comporta la nascita del tempo.

Normalmente si dice che la causa precede sempre l’effetto: prima l’arco scatta e poi la freccia colpisce il bersaglio. Ma nel caso nostro non ha senso dire che dio ha creato l’universo utilizzando la consueta categoria di causa: infatti, il big bang comporta l’inizio del tempo. E se non c’è un prima, non ci può essere nemmeno una causa del ‘big bang’ di ordine sia naturale sia sovrannaturale.

Già S. Agostino (354-430) mette in ridicolo l’idea di un dio che aspetta per un tempo infinito in attesa del momento opportuno per creare l’universo. ‘Il mondo e il tempo hanno entrambi un unico inizio’ scrive Agostino. ‘Il mondo fu creato non nel tempo, ma insieme al tempo’ (‘Sull’inizio del tempo’, La città di Dio). E’ un’anticipazione dei risultati della moderna cosmologia: tanto più notevole se si pensa alle idee sullo spazio e sul tempo del tutto erronee che vigevano ai tempi in cui il santo scriveva.

Stranamente, questa profonda interpretazione della creazione venne in seguito rifiutata dalla Chiesa che, nel XIII secolo, risentiva dell’influsso della filosofia greca. Ne seguì una controversia risolta col quarto Concilio laterano (1215), che dichiarò erronea l’idea aristotelica dell’eternità dell’universo e stabilì il dogma dell’inizio temporale dell’universo: anche oggi, però, i teologi sono divisi sull’interpretazione più corretta da dare al libro della Genesi.

Postulare un dio che trascende il tempo comporta un problema: infatti, molte delle qualità che attengono alla divinità hanno senso solo se poste in un contesto temporale. Dio ha dei piani, ad esempio, o risponde alle preghiere, o esprime compiacimento o riprovazione a proposito delle attività umane, tant’è vero che alla fine dei tempi giudicherà gli uomini e le loro opere. (…) Tutte queste attività hanno senso solo se calate nel tempo. Come potrebbe dio manifestare intenzioni o interventi se non nel tempo?

(…) In realtà, è implicito nell’idea stessa della creazione dell’universo da parte di dio che tale creazione sia avvenuta nel tempo, e non al di fuori di esso (corsivo mio). Spesso mi si chiede, quando parlo in pubblico di cosmologia, cos’è successo prima del ‘big bang’. La mia risposta, e cioè che non c’è un ‘prima’ in quanto il ‘big bang’ ha significato anche l’inizio del tempo, è quasi sempre considerata con sospetto: ‘Bè, qualcosa lo deve avere pure provocato, il big bang’ mi si obietta. Ma causa ed effetto sono concetti di ordine temporale, inapplicabili a una condizione in cui il tempo non esiste: il problema è quindi privo di significato”.

 

Sulla creazione dal nulla: “E’ possibile creare qualcosa dal nulla? No, rispondono naturalmente i teologi, sostenendo che i processi fisici non spiegano la creazione della materia dal nulla, ma la conversione di un’energia preesistente in materia. Ancora non sappiamo quale sia l’origine di questa energia. Bisogna quindi ricorrere ancora al sovrannaturale?

Va detto che bisogna andar cauti, e che non si può trasferire la responsabilità dalla materia all’energia con troppa disinvoltura. Il concetto di energia è tutt’altro che semplice, e tanto più nella fisica moderna. L’energia può infatti assumere molte forme. Energia è movimento, ad esempio. Si possono far collidere, in laboratorio, due particelle ad alta velocità ed ecco che queste divengono improvvisamente quattro. Ma la comparsa delle due nuove particelle è compensata da una diminuzione di velocità delle due particelle originarie. La trasformazione del movimento, che è intangibile, in roba solida che si può prendere a calci assomiglia molto alla creazione della materia dal nulla.

 

Vi è un’altra possibilità da prendere in considerazione: la creazione della materia da uno stato ad energia zero. La possibilità nasce dal fatto che l’energia può essere contemporaneamente positiva e negativa. L’energia del movimento o della massa è sempre positiva, ma l’energia dell’attrazione, come si dà in certi tipi di campo gravitazionale o elettromagnetico, è negativa. In certi casi l’energia positiva che si trasforma nella massa di una nuova particella è esattamente equilibrata dall’energia negativa della gravità o dell’elettromagnetismo.

(…) Nel caso della forza di gravità il campo gravitazionale non è che una deformazione dello spazio: è spazio curvo. L’energia racchiusa in una deformazione dello spazio può trasformarsi in particelle di materia e di antimateria. (…) La materia appare quindi spontaneamente dallo spazio vuoto. Si pone dunque il seguente interrogativo: l’esplosione primordiale nasce da un’energia preesistente o tutto l’universo si trova in uno stato di energia zero, in cui l’energia necessaria per la produzione della materia proviene dall’energia negativa dell’attrazione gravitazionale?

E’ possibile risolvere la questione mediante qualche semplice calcolo. L’astronomo può misurare la massa delle galassie, la distanza media tra di esse e la velocità con cui si allontanano. Lavorando su queste cifre si ottiene, secondo alcuni, la misura dell’energia totale dell’universo. E il risultato complessivo, con l’approssimazione resa necessaria dalle tecniche di osservazione e valutazione, è zero, con grande perplessità dei cosmologi. Taluni hanno ipotizzato l’esistenza di un qualche fondamentale principio cosmico per cui l’universo deve necessariamente trovarsi in uno stato di energia zero: in questo caso il cosmo, seguendo la linea di minor resistenza, è nato senza richiedere né materia né energia preesistente.”

 

Critica della prova ex contingentia mundi: “Chiediamoci perché le cose sono come sono. Perché questo universo, queste leggi, questa organizzazione della materia e dell’energia? Anzi, perché c’è qualcosa invece che il nulla? Ogni cosa e ogni evento dell’universo fisico richiedono, per giustificare la propria esistenza, il ricorso a qualcosa d’altro, al di fuori di essi: spiegare un fenomeno significa collegarlo a qualcosa d’altro. Ma se prendiamo il fenomeno dell’esistenza di ciò che esiste – dell’intero universo fisico – è ovvio che non vi è per definizione nulla di fisico al di fuori dell’universo che lo possa spiegare. Bisogna quindi ricorrere a qualcosa di non-fisico e di sovrannaturale: dio. L’universo è così com’è perché dio ha deciso che fosse così.

La scienza, che per definizione si occupa solo dell’universo fisico, potrà riuscire a spiegare ogni cosa ricorrendo ad altre cose, ma la totalità delle cose fisiche richiede una spiegazione dall’esterno.

Questo ragionamento, che si fonda sulla proposizione secondo cui tutto ciò che è fisico è contingente, cioè sprovvisto di un’esistenza di per sé necessaria, costituisce il cosiddetto argomento ex contingentia mundi che, come si è detto, rappresenta il secondo sottotipo dell’argomento cosmologico dell’esistenza di dio.

Anche l’argomento ex contingentia mundi offre il fianco ad alcune obiezioni già applicabili all’argomento causale e, in un certo senso, diventa vittima del proprio successo. Infatti, supponiamo di ampliare la definizione di ‘universo’ fino a includervi dio: come si potrà allora spiegare l’insieme costituito da dio più l’universo fisico dello spazio, del tempo e della materia? In poche parole: cosa può spiegare dio? Così risponde il teologo: ‘Dio è essere necessario, che non abbisogna di spiegazione; dio contiene in se stesso la spiegazione della propria esistenza’. Ma la proposizione ha un significato? E se sì, cosa vieta di impiegare lo stesso argomento per spiegare l’universo? Basta dire: ‘L’universo è necessario, e contiene in se stesso la giustificazione della propria esistenza’.

(…) L’idea che un sistema fisico contenga in sé la propria giustificazione potrà sembrare paradossale al profano, ma in fisica non è certo nuova. Anche ammesso che ogni evento sia contingente (trascurando la fisica quantistica) e, in quanto non necessario, vada giustificato o spiegato ricorrendo a qualche altro evento, ciò non comporta necessariamente che la serie di eventi continui all’infinito o si concluda in dio: la serie potrebbe avere un andamento circolare.

 

(…) Ma, obietterà il teologo, è più ragionevole attribuire il carattere della necessità, e cioè la capacità di auto-giustificare la propria esistenza, a dio, il quale, in quanto onnipotente e onnisciente, è l’entità più semplice concepibile, che non all’universo, che nei suoi molti aspetti si mostra complesso e particolare.

(…) Lo scienziato potrà non accettare il presupposto che una mente infinita (cioè dio) sia più semplice dell’universo. A noi risulta, infatti, che la mente esiste solo in sistemi fisici che abbiano superato un certo livello di complessità: il cervello, ad esempio, è un sistema estremamente complesso. (…) Se ne conclude quindi che una mente infinita è infinitamente complessa e quindi meno probabile dell’universo, molte manifestazioni del quale sono di gran lunga non sufficientemente complesse per dar luogo a una mente. (…) E, comunque, ha senso parlare di una mente che esiste al di fuori del tempo? Forse che i pensieri, le decisioni e le altre entità psicologiche non avvengono nel tempo? Ma se dio è impossibilitato a decidere (o a sperare, a giudicare o a conversare) come può essere responsabile della natura e dell’esistenza dell’universo? Come potremmo considerare un dio un’entità di tal fatta?”

 

Critica all’argomento teleologico: “Secondo l’argomento teleologico, l’universo è ordinato verso il conseguimento di un certo fine, e l’ordinatore è dio. Nella sua versione più ampia l’argomento teleologico comprende l’ordine sia della semplicità sia della complessità. Il concetto non è nuovo. Così scriveva S. Tommaso d’Aquino: ‘In tutti i corpi che obbediscono alle leggi naturali, seppur privi di coscienza, appare un ordinamento delle azioni verso un fine (…) il che dimostra che essi veramente tendono a un fine, e non lo conseguono solo per caso’.

(…) L’argomento teleologico ha subìto attacchi così feroci che oggi i teologi lo considerano con grande circospezione: tuttavia, non è privo di sostenitori.

(…) L’obiezione principale che si può muovere all’argomento teleologico fondato sulla complessità è questa: molti sistemi che mostrano un ordine e una struttura complessi sono perfettamente spiegabili ricorrendo a processi naturali del tutto ordinari. (…) Non è corretto inferire l’esistenza di un’intenzionalità preternaturale solo in base alla semplicistica considerazione che qualcosa ci sembra troppo complicato per essere diventato così per caso. Non basta: bisogna anche conoscere i processi per cui s’instaura la complessità ordinata.

Lo scontro tra queste due filosofie esplose in pieno con la pubblicazione dell’Origine della specie di Charles Darwin. L’organizzazione squisita degli esseri viventi dovrebbe fornirci, più che ogni altra cosa, la dimostrazione di un’intenzionalità preternaturale: eppure biologia e geologia sono in grado di spiegare in maniera soddisfacente le straordinarie caratteristiche degli organismi biologici. Scienziati e teologi insieme oggi accettano, praticamente senza eccezioni, la teoria secondo l’ordine biologico si è evoluto naturalmente attraverso la mutazione e la selezione naturale.

(…) L’elemento fondamentale della teoria darwiniana è il carattere casuale dell’evoluzione. Le mutazioni avvengono a caso, determinando alterazioni casuali delle caratteristiche degli organismi viventi; la natura dispone così di un’ampia gamma di opzioni entro cui fare una scelta tenendo conto dei vantaggi che presenta una forma rispetto alle altre. Così, dall’accumulo di un gran numero di minuscoli fatti casuali possono sorgere strutture organizzate complesse. Si ha così un aumento dell’ordine e una diminuzione dell’entropia, abbondantemente compensati, però, dal numero grandemente superiore delle mutazioni nocive, che la selezione naturale s’incarica di eliminare. Non vi è dunque conflitto con la seconda legge della termodinamica (contrariamente a quanto sostengono i creazionisti, aggiunta mia): gli esseri viventi di oggi, bene adattati all’ambiente, si trovano in cima a un albero genealogico costellato di disastri genetici.

 

(…) Il principio secondo cui i sistemi fisici possono spontaneamente organizzarsi in strutture estremamente complesse è un fatto dimostrabile sperimentalmente. Si è visto che fisici e chimici hanno studiato in laboratorio, in anni recenti, molti casi, sebbene piuttosto semplici, di auto-organizzazione. Questi studi si sono rivelati a tal punto importanti che si è coniato un nuovo termine – sinergetica – per definirli. In conclusione, il fatto che un sistema sia ordinato anche in modo molto complesso non ci dà di per sé la garanzia dell’intervento di un’intenzionalità, o di un progetto. L’ordine può nascere spontaneamente”.

 

Enunciazione e critica del principio antropico: “L’universo che percepiamo risulta necessariamente scelto in funzione di noi: ciò in base alla semplice considerazione che la vita, e quindi la consapevolezza, può darsi solo in condizioni fisiche appropriate. Noi non possiamo, per definizione, osservare un cosmo inabitabile.

(…) Se si opta per lo scenario del ‘big bang’, sembrerebbe inevitabile concludere che l’universo è esploso in modo improbabilmente ordinato: una creazione casuale avrebbe comportato, con tutta probabilità e praticamente con certezza, un universo disordinato. E’ questo un paradosso di fondo della cosmologia, di fronte al quale sono possibili una serie di reazioni diverse.

 

Molti scienziati ritengono che non abbia senso discutere i concetti di probabilità e di causalità a posteriori. Se si raccoglie un sasso qualsiasi sulla spiaggia e se ne misurano attentamente forma e dimensioni, si può correttamente concludere che è estremamente improbabile aver scelto un sasso proprio di quella forma e di quelle dimensioni. Ma non sarebbe affatto corretto sostenere che la scelta di quel sasso ha un carattere miracoloso, o che qualche entità sovrannaturale o comunque occulta abbia guidato la nostra scelta. Si tratta di considerazioni che post eventum non hanno senso.

La cosa sarebbe diversa, naturalmente, se forma e dimensioni del sasso fossero state specificate prima di raccogliere il sasso stesso. Allo stesso modo, visto che l’universo esiste, la sua particolare struttura non deve sorprenderci: l’universo è quello che è.

 

Altra obiezione analoga: il concetto di probabilità si definisce solo in relazione ad una serie di tentativi. Dire ad esempio che, gettando un dado, si ha una probabilità su sei di ottenere due significa che, dopo molti lanci del dado, si è ottenuto un due in circa un sesto dei lanci. Maggiore è il numero dei lanci, maggiormente risulta rispettata la proporzione di uno a sei. Quindi, quando si intende applicare il concetto di probabilità a qualche oggetto, occorre che tale oggetto sia un elemento di un insieme di oggetti analoghi: la faccia del dado, ad esempio, ha cinque altre facce finitime; il sasso sulla spiaggia, ad esempio, è compagno di milioni di altri sassi. Ma se l’universo è uno solo, che senso ha congetturare la probabilità della sua esistenza?”

 

(…) La posizione dei positivisti logici: “Se l’assetto dell’universo non fosse quello che è, noi non saremmo qui a meravigliarci di quest’assetto stesso. Anzi, ogni universo in cui esseri intelligenti possono porsi interrogativi filosofici e matematici è, per definizione, un universo del tipo di quello che noi percepiamo, non importa quanto notevole un universo cosiffatto possa apparire a priori. (…) Questo ragionamento risulta in qualche misura corroborato dal positivismo logico, filosofia che afferma – detto in soldoni – che non ha senso parlare di ciò che non si può osservare. Che senso ha discutere di un universo privo di osservatori? Poiché un universo di tal fatta mai potrebbe ricevere verifica o confutazione per mezzo dell’osservazione, la sua possibile esistenza non ha né senso né importanza per gli osservatori stessi”.

 

(…) Teoria della pluralità degli universi: “Secondo questa concezione esistono più universi, tra i quali il nostro. L’universo che percepiamo è solo uno tra una serie vastissima, e forse infinita, di universi diversi l’uno dall’altro. L’insieme degli universi è costituito da ogni configurazione possibile della materia e dell’energia. Sebbene la stragrande maggioranza degli universi sia inadatta alla vita, trovandosi molto vicina alle condizioni totalmente caotiche di massima entropia, in alcuni di essi si sono instaurate per caso le condizioni necessarie al sorgere della vita. Naturalmente soltanto gli universi accidentali che rientrano in questa minima percentuale risultano percepiti da esseri viventi, i quali poi scriveranno libri in cui si afferma che il mondo in cui vivono è estremamente improbabile”.

 

(…) Teoria dell’universo oscillante: “(…) Non è detto che l’attuale espansione dell’universo continui per sempre: in tal caso l’universo comincerà, ad un certo momento, a contrarsi, ricadendo su se stesso con un ciclopico cataclisma, il cosiddetto big crunch. Alcuni fisici hanno congetturato che il cosmo, enormemente compresso, potrebbe non tanto implodere e annullarsi in una singolarità dello spazio-tempo, ma, raggiunta una certa densità inconcepibile, ‘rimbalzare’ e iniziare così un nuovo ciclo di espansione e, ancora, di contrazione. In questo scenario l’universo si espande e si contrae indefinitamente in modo ciclico, oscillando tra stati collassati ad alta densità e stati a bassa densità, come un palloncino che si gonfia e si sgonfia alternativamente.

(…) Dato che la fisica degli stati estremamente collassati presenta numerosi punti oscuri, vi è ampio spazio per ogni sorta di congettura: Wheeler, ad esempio, avanza l’ipotesi che il ciclo di sgretolamento/esplosione possa determinare una sorta di riciclaggio del cosmo; nel senso che ciascun nuovo ciclo di espansione e di contrazione inaugura una sorta di ‘nuovo corso’ del cosmo, in cui le condizioni fisiche si rimescolano a caso. (…) Se tale ipotesi si rivelasse fondata, è evidente che l’universo potrebbe in tal modo, dopo un numero sufficiente e incredibilmente elevato di cicli, sperimentare ogni stato possibile (C.f.r., in proposito, l’ipotesi analoga di universo che Hume, nei Dialoghi sulla religione naturale, parte ottava,  mette in bocca a Filone, aggiunta mia).

Anche qui, dunque, solo quei cicli in cui, per caso, il cosmo ha assunto una configurazione specifica e improbabile possono dare origine ai cosmologi che poi speculeranno sull’improbabilità del cosmo stesso”.

 

Teoria dell’universo infinito: “Si può, invece che congetturare una serie di universi che si estende nel tempo, ipotizzare l’esistenza di un solo universo che sia spazialmente infinito. In tal caso, questo cosmo infinito si troverebbe tutto in uno stato prossimo all’equilibrio termodinamico, ma qua e là, grazie a fluttuazioni casuali, qualche oasi di ordine apparirebbe dal caos. Tra l’una e l’altra di queste oasi si stenderebbero naturalmente distanze immense ma giacchè solo tali oasi potrebbero accogliere osservatori intelligenti, questi osserverebbero inevitabilmente un universo ordinato”.

 

Teoria degli universi paralleli: “Ma la variante più nota della teoria degli universi plurimi è quella di Everett, fondata sulla teoria dei quanti. Come si è visto, la teoria degli universi paralleli afferma che tutti i mondi quantici possibili esistono contemporaneamente, l’uno parallelamente all’altro. Ogni volta che un elettrone deve fare una scelta, si realizzano entrambe la scelte, e l’universo si divide in due universi, completi di abitanti (la cui mente si è anch’essa biforcata): agli abitanti di ciascun universo sembra che l’elettrone abbia improvvisamente optato per una delle due alternative, e non per entrambe. I due universi risultano totalmente separati l’uno dall’altro, nel senso che tra di essi non vi è possibilità di comunicazione né spaziale né temporale: esistono ‘parallelamente’ l’un l’altro, seppure in senso metaforico. E poiché esistono tanti universi quante sono le scelte quantiche, se ne deduce che tra la schiera infinita dei mondi paralleli è presente ogni configurazione possibile della materia e dell’energia (tra cui il nostro universo ordinato)”.

 

Improbabilità del principio antropico: “Si è anche messa in dubbio la base scientifica del principio antropico sia forte sia debole. Il ricorso al concetto di probabilità, su cui si fonda tutto l’argomento antropico, si è ritorto contro di esso. E’ la questione che riguarda la probabilità relativa delle piccole fluttuazioni rispetto alle grandi. Ritorniamo all’esempio dello scimpanzé che suona il piano battendo sui tasti a caso: dopo molto, molto tempo può essere che ci accada di sentire una frase musicale di 3 o 4 note che ci suona famigliare. Per una frase di 6 note, naturalmente, bisognerà attendere molto più a lungo. L’improbabilità aumenta proporzionalmente al livello di ordine. (…) Le piccole coincidenze sono più probabili delle grandi.

Nel contesto cosmologico, l’incidente casuale che provoca la formazione di una stella è infinitamente più probabile di quello che porta alla formazione di un’intera galassia. E le probabilità che si formino miliardi di galassie sono infinitesime, rispetto a quelle necessarie affinché si crei una galassia sola. Ma, si è detto, non basterebbe una sola galassia, e forse una sola stella, affinché nasca la vita, e con essa gli osservatori? Ma perché, allora, tutto l’universo appare, a noi osservatori, ordinato? Secondo la teoria della pluralità degli universi, per ogni universo che contiene due galassie dovrebbero essercene innumerevoli altri con una galassia sola; e nel caso di universi provvisti di un numero superiore di galassie questa sproporzione aumenta rapidamente. Se in tutti questi universi esistono degli osservatori, la stragrande maggioranza di costoro si troverà ad abitare negli universi ad una sola galassia, e non in quelli a più galassie. Come mai, quindi, ci sono tante galassie nel nostro universo?”

 

Ipotesi necessitaristica: “(…) Forse è una conseguenza inevitabile, frutto di necessità logica, che l’universo sia quello che è. Così scrive d’Alembert, il grande illuminista francese: ‘A chi potesse afferrare l’universo da un unico punto di vista, l’intero creato apparirebbe un’unica verità e necessità’. Il concetto di onnipotenza divina assume, sotto questa luce, aspetti bizzarri. Si è visto che un creatore onnipotente potrebbe creare ogni universo che desidera: infatti, secondo i cristiani questo nostro universo è frutto della scelta divina; scelta effettuata tra alternative infinite secondo criteri e per scopi che ci restano ignoti. Tuttavia, nemmeno un dio onnipotente può violare le regole della logica: dio non può far sì che due sia uguale a tre, o che un cerchio sia quadrato. Dire che può creare ogni universo non è sufficiente: bisogna aggiungere: ‘ogni universo che sia logicamente coerente’. Ora, se esiste un solo universo logicamente coerente, da ciò discenderebbe che dio non ha avuto libertà di scelta.

(…) Se vi è un solo creato possibile, che bisogno c’è di un creatore? Quale altra funzione egli avrebbe se non di premere il pulsante che mette in moto le cose? E poi si tratta di una funzione che non richiede una mente, ma solo un meccanismo d’innesco: e, come si è visto, nel mondo della fisica quantistica non c’è bisogno neppure di questo”.

 

Teoria unificata: “Secondo molti scienziati chiedersi perché le leggi della fisica sono quello che sono, e non altre, è un’operazione priva di significato, o un interrogativo al quale non è possibile dare una risposta scientificamente valida. (…) Forse si troverà che le leggi, o la super-legge ultima (la teoria unificata), sono l’unico principio fisico logicamente possibile”.

 

(Citazioni tratte da P. Davies, Dio e la nuova fisica)

 

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Critica dell’argomento ontologico: “C’è un argomento, noto come prova ontologica, che risale a S. Anselmo e dice più o meno questo: dio può essere definito come il più grande essere pensabile. Ora, una cosa realmente esistente è, chiaramente, più grande della sua semplice idea (una persona reale, per esempio il famoso Fabian di Scotland Yard, è più grande di un personaggio di fantasia come Sherlock Holmes). Perciò una divinità realmente esistente è più grande di una immaginaria; e poiché dio è la più grande cosa pensabile, ne segue che deve esistere.

L’argomento ontologico sa di imbroglio logico, e questo fatto tende a nascondere la sua forza filosofica; in realtà è stato preso molto sul serio da diversi filosofi di varie epoche, ivi compreso (di sfuggita) l’ateo Bertrand Russell. Ciononostante neanche i teologi, in generale, sono disposti a difenderlo. Uno dei suoi problemi sta nel fatto di trattare l’ ‘esistenza’ come se fosse una proprietà delle cose, allo stesso modo della massa o del colore: l’argomento ci impone di confrontare i concetti di dio-che-esiste-realmente e dio-che-non-esiste-realmente, ma l’esistenza non è un tipo di attributo da mettere sullo stesso piano delle normali proprietà fisiche. Io posso dire, sensatamente, di avere in tasca cinque monete piccole e sei grosse, ma che senso ha che io dica di averne cinque esistenti e sei non esistenti?

 

Un altro problema dell’argomento ontologico è che dio deve avere un requisito, quello di spiegare il mondo. Non è sufficiente che esista un essere logicamente necessario ma che non ha col mondo nessuna relazione. E’ difficile, però, vedere come possa spiegare le proprietà contingenti del mondo un essere che esiste nel regno della pura logica. L’argomento ontologico si basa su quelle che i filosofi chiamano ‘proposizioni analitiche’; una proposizione analitica è tale che la sua verità (o non verità) segue soltanto dal significato delle sue parole. E’ analitica, per esempio, ‘Tuttti gli scapoli sono uomini’. Le proposizioni che non rientrano in questa classe si dicono ‘sintetiche’ perché mettono in collegamento cose che non sono correlate da semplici definizioni. Ora, le teorie fisiche comportano sempre delle proposizioni sintetiche, perché fanno sugli eventi naturali delle affermazioni che possono essere controllate. Il fatto che la matematica riesca a descrivere la natura, e in particolare le leggi alla sua base, può dare l’impressione (difesa da molti fisici) che nel mondo non ci sia altro che matematica e che questa, a sua volta, sia fatta solo di definizioni e tautologie, cioè di proposizioni analitiche. Io considero grossolanamente errata questa linea di pensiero: per quanti sforzi facciamo, non possiamo derivare una proposizione sintetica da una analitica”.

 

Dio e la creazione. Un rapporto problematico: “Un aspetto chiave della dottrina giudaico-cristiana della creazione è che il creatore è completamente indipendente e separato dalla sua creazione; cioè, l’esistenza di dio non garantisce automaticamente l’esistenza dell’universo, come in alcuni schemi pagani dove il mondo fisico scaturisce dal creatore come un’estensione automatica del suo essere. Piuttosto, l’universo ha avuto un origine in un momento preciso nel tempo come un atto di deliberata creazione soprannaturale da parte di un essere già esistente.

Per quanto possa sembrare semplice, questo concetto di creazione causò per secoli un’intensa disputa dottrinale, in parte dovuta al fatto che i testi antichi sono estremamente vaghi in materia. La descrizione biblica della Genesi, per esempio, che ha attinto in modo cospicuo dagli antichi miti mediorientali della creazione, si dilunga sugli aspetti poetici ma è concisa per quanto riguarda i dettagli fattuali. Non viene chiarito se dio si limiti a mettere ordine in un caos primordiale, oppure crei la materia e la luce in un vuoto preesistente, oppure compia qualcosa di ancora più profondo (il termine ebraico barah, infatti, si presta a molte interpretazioni, e alcuni teologi lo traducono con ‘creare’, altri con ‘foggiare’ o ‘plasmare’, aggiunta mia). Gli interrogativi difficili abbondano. Che cosa faceva dio prima di creare l’universo? Per quale motivo lo creò in quel particolare momento, piuttosto che in un altro? Se era contento di esistere in eterno senza un universo, che cosa lo costrinse a ‘decidersi’ e crearne uno?

La Bibbia lascia parecchio spazio al dibattito su questi argomenti. E il dibattito c’è stato di sicuro. In effetti, gran parte della dottrina cristiana relativa alla creazione venne sviluppata molto tempo dopo la stesura della Genesi e fu influenzata dal pensiero greco tanto quanto da quello giudaico.

 

(…) Le principali religioni occidentali proclamano che dio è eterno, ma la parola ‘eterno’ può avere due significati alquanto diversi. Da una parte può significare che dio è esistito per un periodo infinito di tempo nel passato e che continuerà a esistere per un periodo infinito di tempo nel futuro; dall’altra che dio è completamente fuori dal tempo. S. Agostino optò per la seconda interpretazione quando affermò che dio creò il mondo ‘con il tempo e non nel tempo’. Considerando il tempo come universo fisico, piuttosto che come qualcosa in cui ha luogo la creazione dell’universo, e ponendo dio completamente al di fuori di esso, Agostino evitò elegantemente il problema di cosa facesse dio prima della creazione.

Questo vantaggio, comunque, è conseguito ad un certo prezzo. Tutti possono riconoscere la forza dell’argomento che ‘qualcosa deve avere dato inizio a tutto questo’. Nel diciassettesimo secolo era di moda considerare l’universo come una macchina gigantesca che era stata azionata da dio. Persino oggi molti sono attratti dall’idea di dio come il primo motore o la causa prima in una catena causale cosmica. Ma cosa significa, per un dio posto fuori del tempo, causare qualcosa?”

 

“(…) Il dio tradizionale della teologia cristiana (elaborata in gran parte da Tommaso d’Aquino nel tredicesimo secolo) è un essere necessario, atemporale, immutabile e perfetto dal quale dipende in modo totale l’esistenza dell’universo ma sul quale, viceversa, tale esistenza non ha nessun effetto. Sebbene le esigenze della razionalità ci spingano a farci questa immagine di un dio che sia spiegazione ultima dell’universo, ci sono gravi difficoltà a mettere in rapporto questo dio con un universo contingente, mutevole e soprattutto abitato da esseri forniti di libero arbitrio. Come disse una volta il filosofo ateo A. J. Ayer, da proposizioni necessarie seguono solo proposizioni necessarie.

Questa disastrosa contraddizione si annida al cuore della teologia occidentale fin dai tempi di Platone, per il quale il concetto stesso di razionalità è legato all’esistenza di un mondo astratto di Forme eterne, immutabili e perfette che rappresentano per lui l’unica vera realtà. L’oggetto ultimo della conoscenza, il Bene, si colloca in questo regno immutabile. Il mondo delle cose materiali, che percepiamo direttamente, si trova invece in uno stato di perenne divenire; di conseguenza, la relazione fra il mondo delle Forme, eterno, e il mondo della materia, mutevole, è profondamente problematica. (…) Platone postula l’esistenza di un demiurgo, collocato nel tempo, che plasma, per quanto può, la materia usando come modelli le Forme; ma questo ingenuo tentativo di conciliare il mutevole e l’immutabile, l’imperfetto e il perfetto, serve solo a sottolineare la gravità del paradosso concettuale che accompagna tutte le spiegazioni della contingenza”.

 

“(…) Il filosofo Keith Ward, che ha studiato in dettaglio il contrasto fra la necessità di dio e la contingenza del mondo, riassume così il dilemma essenziale:

 

‘Innanzitutto, se dio è davvero autosufficiente, come sembra richiedere l’assioma di intelligibilità, come può accadere che crei un mondo? Ha l’aria di un esercizio arbitrario e ozioso. Se, d’altra parte, dio è davvero un essere necessario e immutabile, come può compiere una libera scelta? Senza dubbio tutto quello che fa dovrà essere fatto per necessità, e senza possibilità di alterazione. Il vecchio dilemma – o gli atti di dio sono necessari, e quindi non liberi (non avrebbero potuto essere diversi), o sono liberi e quindi arbitrari (non c’è niente che determini come devono essere) – è bastato a inchiodare, attraverso i secoli, l’immensa maggioranza dei filosofi cristiani’. (Keith Ward, La Teologia razionale e la Creatività di Dio).

 

Il problema è che, comunque si rivolti la frittata, ci si ritrova con la stessa difficoltà di base, cioè che il veramente contingente non può nascere dal totalmente necessario:

‘Se dio è il creatore o la causa di un mondo contingente, dev’essere contingente e temporale; ma se dio è un essere necessario, tutto ciò che causa dev’essere causato necessariamente e immutabilmente. Entrambe le interpretazioni del teismo naufragano su questo scoglio. L’esigenza dell’intelligibilità richiede che esista un essere necessario, immutabile ed eterno; la creazione sembra richiedere un dio contingente e temporale che interagisce col creato e perciò non è autosufficiente. Ma come si fa ad averli entrambi?’

 

E in un altro passo:

 

‘In che modo un essere necessario e immutabile può avere il potere di fare ogni cosa? Essendo necessario, non può fare che ciò che fa. Essendo immutabile, non può fare nulla di nuovo od originale…anche se la creazione può essere vista come un atto divino atemporale, rimane la vera difficoltà: che, essendo l’essere di dio totalmente necessario, sarà un atto necessario; né avrebbe potuto non esserlo, sotto nessun aspetto. Anche questa idea è in tensione con un tema centrale della tradizione cristiana, cioè che dio non aveva bisogno né di creare un universo, né di creare proprio questo. Come può essere libero un ente necessario?’

 

Schubert Ogden fa la stessa osservazione:

 

‘In genere i teologi ci dicono che dio crea il mondo liberamente, come ci rivela il mondo contingente o non necessario della nostra esperienza…Nello stesso tempo, data la loro ferma adesione alle assunzioni della metafisica classica, i teologi in genere di dicono che l’atto creatore di dio è una cosa sola con la sua essenza eterna, che, sotto tutti gli aspetti, è necessaria ed esclude ogni contingenza. Perciò, se li prendiamo in parola e diamo a entrambe queste asserzioni tutto il loro peso, ci troviamo in una contraddizione senza speranza: una creazione totalmente necessaria di un mondo totalmente contingente’ (Schubert Ogden, La Realtà di Dio).

 

Teologi e filosofi hanno scritto volumi su volumi per cercare di sottrarsi a questa contraddizione clamorosa e persistente”.

 

“L’idea di una divinità senza tempo non si colloca facilmente nell’ambito della dottrina cristiana, in particolare per quanto riguarda il ruolo di Cristo: cosa significa che un dio senza tempo si incarna e muore su una croce in una data epoca storica? Come si può conciliare l’impassibilità divina con la sofferenza divina?

(…) Nel suo libro Dio e l’Assenza del tempo, dopo uno studio esaustivo, Nelson Pike conclude così: ‘Ora sospetto che la dottrina dell’atemporalità di dio sia stata introdotta nella teologia cristiana perché il pensiero platonico a quel tempo era di moda e perché sembrava che tale dottrina presentasse vantaggi notevoli dal punto di vista dell’eleganza sistematica. Una volta introdotta cominciò a vivere di vita propria’. Il filosofo John O’Donnell giunge alla stessa conclusione. Il suo libro Trinità e Temporalità affronta il conflitto tra l’atemporalità platonica e la storicità cristiano-ebraica: ‘Quello che voglio suggerire è che non appena il cristianesimo estese i propri contatti con l’ellenismo…cercò di raggiungere una sintesi destinata a crollare precisamente su questo punto…Il Vangelo, insieme con certi presupposti ellenistici sulla natura di dio, portò a situazioni senza via d’uscita da cui la Chiesa deve ancora districarsi’”.

 

Critica dell’argomento finalistico: “Gli antichi filosofi greci riconobbero che l’ordine e l’armonia dell’universo richiedevano una spiegazione, ma l’idea che queste qualità fossero dovute a un creatore che agiva secondo un piano prestabilito fu formulata con chiarezza solo nell’era cristiana. Nel dodicesimo secolo Tommaso d’Aquino affermò che i corpi celesti operavano come se fossero stati guidati verso una meta o un fine determinato, ‘così da ottenere il migliore risultato’. Questa corrispondenza dei mezzi ai fini implicava, a suo parere, un’intenzione; ma poiché vediamo che i corpi naturali sono privi di coscienza, in essi questa intenzione non si può trovare. ‘Perciò esiste un essere intelligente dal quale sono guidate al loro fine tutte le cose naturali, e noi chiamiamo dio questo essere’ (Tommaso d’Aquino, Summa theologica, parte I, quaestio II, articolo 3).

L’argomento di Tommaso d’Aquino crollò nel diciassettesimo secolo, con lo sviluppo della scienza e della meccanica. Le leggi di Newton spiegano, in modo perfettamente adeguato, il moto dei corpi in termini di inerzia e di forze, e senza il bisogno di una supervisione divina; né in questa descrizione meccanicistica del mondo c’era posto per la teologia (cause finali, od orientate a uno scopo). La spiegazione del comportamento degli oggetti va cercata in cause fisiche prossime, cioè in forze impresse loro localmente da altri corpi. Tuttavia questo cambiamento del modo di vedere il mondo non portò ad abbandonare del tutto l’idea che il mondo fosse stato progettato per uno scopo; abbiamo visto che secondo lo stesso Newton il sistema solare appariva troppo ben costruito per essere sorto solo per azione di forze cieche: ‘Questo bellissimo sistema di sole, pianeti e comete poté procedere solo dal consiglio e dominio di un Essere intelligente e potente’ (Newton, Principia matematica, libro III). Dunque anche all’interno di una visione del mondo meccanicistica si poteva avvertire l’enigma del come fossero stati disposti i corpi materiali nell’universo. Per molti scienziati era troppo supporre che la sottile e armoniosa organizzazione della natura fosse il risultato di un puro caso.

(…) Fu Boyle a proporre il celebre paragone fra l’universo e un meccanismo a orologeria che poi venne elaborato con grande eloquenza dal teologo Willliam Paley nel diciottesimo secolo. Supponiamo – diceva Paley – di trovare ‘attraversando una brughiera’ un orologio che giace sul terreno. Esaminandolo osserviamo la complessa organizzazione delle sue parti e il modo in cui esse si combinano fra di loro collaborando al raggiungimento di un fine collettivo, e anche se non avessimo mai visto un orologio e non avessimo idea della sua funzione questo esame ci porterebbe ugualmente a concludere che si tratta di un congegno ideato per qualche scopo. E quando, proseguiva Paley, consideriamo i congegni della natura, tanto più elaborati, la stessa conclusione ci si dovrebbe presentare con forza ancora superiore.

Il punto debole di questo argomento, messo in luce da Hume, sta nel procedimento per analogia. L’universo meccanicistico è analogo all’orologio; l’orologio ha avuto un costruttore, dunque anche l’universo deve averne avuto uno. Tanto varrebbe dire che l’universo è simile a un organismo, per cui dev’essere cresciuto, da feto, in un utero cosmico!

(…) Oggi nessuno scienziato sarebbe d’accordo con Newton nell’affermare che il sistema solare è organizzato in modo troppo propizio per essersi formato naturalmente; sebbene la sua origine non sia ancora ben compresa, è noto che esistono dei meccanismi capaci di dare ai pianeti quella disposizione ordinata in cui li troviamo.

 

(…) Se per un momento ci allontaniamo dall’astronomia, troviamo gli esempi più stupefacenti di ‘congegno della natura’ in campo biologico. Paley aveva dedicato molta attenzione proprio a questi casi. In biologia l’adattamento dei mezzi ai fini è necessario; se per esempio consideriamo l’occhio, è difficile immaginare che questo organo non sia destinato a dare la facoltà della vista – ed è anche difficile immaginare che le ali non siano state date agli uccelli per il volo. Per Paley e molti altri questo adattamento così complesso e ben riuscito rivela l’ordinamento provvidenziale di un progettista intelligente; ma conosciamo tutti il rapido crollo di questo argomento. La teoria darwiniana dell’evoluzione dimostrò in modo decisivo che un’organizzazione complessa e adattata all’ambiente in modo efficiente poteva nascere in seguito a delle mutazioni casuali e alla selezione naturale; non ci vuole un progettista per produrre un’ala o un occhio, questi organi ci si presentano come il risultato di processi naturali del tutto normali. Si può trovare una brillante celebrazione trionfalistica di questa vittoria in The Blind Watchmaker del biologo di Oxford Richard Dawkins.

La severa reprimenda impartita all’argomento del progetto da parte di Hume, Darwin e altri ha portato i teologi ad abbandonarlo in modo più o meno completo.

(…) Al centro della teoria di Darwin c’è il presupposto dell’esistenza di un insieme o collezione di individui simili sui quali possa operare la selezione. Consideriamo, ad esempio, come può essere accaduto che orsi polari siano giunti a mimetizzarsi così bene nella neve; immaginiamo un insieme di orsi bruni che vanno a caccia su di un terreno nevoso. Per le prede è facile vederli arrivare e battere velocemente in ritirata; gli orsi bruni se la passano male. Poi, per un accidente genetico, un’orsa bruna partorisce un orsetto bianco, che da adulto se la passa bene perché può avvicinare la preda di soppiatto senza che per questa sia facile notarlo; così vive più a lungo dei suoi rivali bruni e genera più figli, bianchi. Anche questi hanno una vita più facile e generano dei figli bianchi ancora più numerosi; non passa molto tempo e gli orsi bianchi predominano, prendendosi tutto il cibo e spingendo all’estinzione quelli bruni”.

 

(Citazioni tratte da: Paul Davies, La mente di Dio)

To be continue