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Riflessioni atee

di Mattia Fabbri

LA CRITICA DI ANTONY FLEW ALLA TEOLOGIA

(tratto dal saggio La presunzione dell’ateismo stratoniano)

 

“(…) Qualsiasi apologetica che non sia riuscita a mostrare che il concetto di dio da essa sostenuto può alla fine essere in qualche modo spiegato in un linguaggio non tecnico, e con riferimento ai fatti e alla nostra esperienza quotidiana, deve essere incompleta, perché non è cominciata in modo giusto. E se esiste una certa contraddizione nella nozione proposta, allora abbiamo non un concetto, ma due: e ciò non può essere accettato da alcun ricercatore serio, poiché fare affermazioni contraddittorie significa dire una cosa e insieme il suo contrario, mentre il ricercatore serio vuole trovare quale sia quella effettivamente vera.

Consideriamo ora, in questa prospettiva, esatta ma insolita, il tipo di definizione della parola dio che si potrebbe ricavare dal primo dei trentanove articoli della Chiesa d’Inghilterra: ‘Esiste un unico Dio vivo e vero, eterno, senza corpo, senza parti o passioni; infinito in potenza, sapienza e bontà, creatore e conservatore di tutte le cose, visibili e invisibili. E nell’unità di questo Dio vi sono tre persone…’. A chi si pensa di attribuire queste caratteristiche che definiscono splendidamente una realtà? E’ chiaro che si intende un qualche agente personale, e noi tutti sappiamo che cosa ciò implica normalmente. Tuttavia, mentre le persone sono, almeno sembra, realtà essenzialmente corporee, che hanno dei desideri, questo dio agente è presentato come privo di corpo, di parti o di passioni; e ciò senza minimamente indicare come questo soggetto potrebbe – almeno in principio – essere identificato, o come potrebbe essere differenziato dall’universo come un tutto o dal nulla. La stessa questione si pone quando è detto che è uno spirito infinito; infatti, come può essere identificato tale spirito – almeno in principio – e come può essere differenziato dall’universo come un tutto o dal nulla? Tutte le parole usate sono familiari e perfettamente intelligibili nel loro secolare uso quotidiano. Ma non è per nulla immediatamente ovvio né incontestabilmente certo che tutti questi attributi messi insieme come vorrebbe il teista, diano un’idea accettabile e genuinamente applicabile di un essere possibile.

Oppure, consideriamo come sia fondamentale nello schema cristiano, benché non entri strettamente nel concetto di dio come tale, che le creature siano capaci di opporsi alla volontà del creatore. In tal caso questo requisito sembra essere assolutamente incompatibile con l’idea di creazione, cioè di una dipendenza ontologica totale e continua dal ‘creatore e conservatore di tutte le cose’.

(…) Supponiamo che, per un certo concetto di dio, tali difficoltà introduttive possano essere superate in modo soddisfacente. Nasce allora il problema di trovare un qualche vantaggio per credere che tale dio esiste di fatto. Non servirà affatto appellarsi, come oggi si fa spesso, alla fede, come se questa potesse sostituire la ragione. Infatti, a meno che non sia per noi indifferente se sia vero o no quanto dobbiamo credere, dobbiamo certamente esigere qualche ragione: sia per ancorare qualsiasi fede positiva relativa al problema, sia per credere una cosa piuttosto che un’altra. Ancora di più dobbiamo esigerla se ci si propone, come avviene di solito, di presentare tali credenze ai bambini come articoli di cultura religiosa”.

Critica ai presupposti del tomismo: “(…) E’ totalmente arbitrario e ingiustificato sia rifiutare, come fanno i teisti, che le caratteristiche che di fatto troviamo nelle cose e nel loro ordinamento realmente appartengono a queste per loro diritto, sia insistere che alcune o tutte queste caratteristiche esigono un’ulteriore spiegazione da cercare in qualcosa in un certo modo ‘al di fuori’ dell’universo. Dico che il primo rifiuto è arbitrario e ingiustificato, perché tutte le prove che abbiamo, o potremmo avere, dobbiamo riconoscerlo, ci indicano il contrario.

(…) Per quanto il secondo equivoco possa essere chiaramente distinto dal primo, esso sembra nascere da fondamentali errori di spiegazione. La prima cosa che si deve affrontare e accettare è questa: è sempre e dovunque un fatto contingente e non una verità logicamente necessaria che sia possibile una spiegazione, e ancor più una particolare spiegazione, quando è possibile. Nessuno, quindi, in mancanza di una data ragione particolare è autorizzato a insistere neanche in caso di riscontri ‘entro’ l’universo, che non ci possa essere altra spiegazione se non quella particolare preferita: tantomeno può farlo a riguardo dell’universo nel suo complesso. E una insistenza del genere, che a questo riguardo deve essere come piace all’oratore, non è meno capricciosa per il fatto che viene presentata, cosa che avviene molto spesso, come una esigenza categorica della ragione.

La seconda considerazione da fare è che ogni spiegazione del perché le cose sono quello che sono, deve essere espressa in termini di fatti più generali, che devono essere semplicemente accettati senza essere, almeno a questo stadio, essi stessi spiegati. Voi spiegate perché questa particolare cosa è accaduta ricorrendo a una qualche legge generale, o spiegate una particolare legge riportandola a qualche teoria generale; ma ciò che si vuol spiegare è sempre in certo modo derivato da ciò che non è spiegato in sé e che non può esserlo nell’ambito di tale spiegazione.

(…) Così, anche se l’esistenza e le caratteristiche dell’universo potessero essere spiegate esattamente e veramente invocando l’esistenza e le attività del suo supposto creatore, bisognerebbe ancora ammettere qualcosa – presumibilmente la realtà eterna e la caratteristica di tale creatore – come un fatto irrazionale definitivo in sé non ulteriormente spiegabile.

E’ perciò una verità necessaria, derivante dalla natura stessa della spiegazione, che il principio di ragion sufficiente è falso. Non soltanto non esiste, ma nemmeno può esistere una ragione per cui ogni cosa, che di fatto è un caso, sia di fatto quel caso. Per questo motivo non c’è necessariamente scandalo o difetto nel presupposto stratoniano il quale afferma che quanto la nostra scienza può scoprire, come le leggi e i principi più generali e fondamentali della natura, dà la spiegazione ultima e che tali leggi e principi sono i termini, riferendosi ai quali, si deve dare in fin dei conti ogni spiegazione del perché delle cose. Quindi, se dovesse mai essere distrutta la presunzione dell’ateismo stratoniano, non la si distruggerà tentando di dimostrare – e tanto meno, anche se lo si fa molto spesso, dando per dimostrato – che un universo senza dio è scandalosamente inspiegabile. Perché, per le ragioni ora dette, non lo è.

FINE