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Riflessioni atee

di Mattia Fabbri

 RAGIONE E RELIGIONE (tratto da Internet, dal sito Il peccato)

 

Se su un piano emozionale i credenti si sentono gratificati dalla fede perché le loro aspirazioni sono soddisfatte dalle promesse della religione, su un piano puramente razionale qual è la posizione dell’uomo rispetto alle risposte che il credo religioso dà ai suoi interrogativi di sempre?

 

Cominciamo con l’osservare che quelle risposte raccolgono il consenso di molti soltanto perché risultano per essi più gratificanti di altre risposte possibili e non perché esse siano vere e le altre false.

 

Il fatto è che non vi è alcun modo di provare la veridicità di nessuna delle risposte, come parimenti non è dimostrabile la falsità di alcuna di esse; è solo questione di scelta e di preferenza soggettiva: sul piano della mera possibilità tutte le alternative offerte dalla ragione risultano egualmente possibili.

 

Infatti per accertare la verità o la falsità delle affermazioni fondamentali della religioni circa l’esistenza di un dio creatore dell’universo, l’immortalità dell’anima e la sua sopravvivenza in un mondo ultraterreno, come per la verifica di ogni altro enunciato, la logica richiede che sia possibile constatare che quello che con esse viene dichiarato corrisponda ad un effettivo stato di fatto; constatazione che è data dalla percezione sensoriale di tale concordanza. In altre parole, come per accertare la verità dell’affermazione “sta piovendo” occorre constatare che effettivamente stia piovendo, così per verificare le assunzioni “dio esiste” e “l’anima è immortale” è necessario constatare la reale esistenza di dio ed immortalità dell’anima: la qual cosa sfugge ovviamente ad ogni possibilità umana.

 

Vi è anche un altro modo per provare la veridicità di un’affermazione: dedurla da un sistema di pensiero coerente, ossia non contraddittorio; in altri termini, ricavarla da una concatenazione di deduzioni che, partendo da una più premesse vere, portino, di deduzione in deduzione, all’affermazione da verificare.

 

(…) Ovviamente, la validità di tutta l’operazione è assicurata dal rispetto rigoroso di due condizioni: che siano vere le premesse da cui ha inizio la catena di deduzioni; che i vari passaggi deduttivi siano corretti. Se vengono meno tali requisiti, crolla l’intero edificio del ragionamento deduttivo.

 

In questa seconda linea di pensiero hanno tentato di muoversi le cosiddette prove dell’esistenza di dio che filosofi e teologi hanno costruito attraverso i secoli per dimostrare la veridicità dell’esistenza di un essere supremo.

Ho sottolineato che si tratta di semplici tentativi perché essi non sono mai riusciti a darne una dimostrazione certa e definitiva, sia per la scarsa comprensibilità e per la pretesa apoditticità delle premesse da cui partivano i loro ragionamenti,sia per l’invalidità di qualche passo deduttivo, fondamentale per la riuscita delle loro argomentazioni.

 

Le cosiddette prove dell’esistenza di dio

 

Nell’ambito della religione cristiana, prendiamo, ad esempio, la più antica ed una delle più note di tali prove, il famoso argomento ontologico che risale a S. Anselmo di Aosta, Arcivescovo di Canterbury (1033-1109).

 

Tutta la prova consiste nel dedurre dal concetto della massima perfezione di dio la sua esistenza reale, poiché, se non esistesse, egli non sarebbe più perfettissimo, mancando alla sua perfezione il requisito, appunto, dell’esistenza e sarebbe pensabile un essere a lui superiore in perfezione, in quanto anche esistente.

 

A parte il contenuto piuttosto vago e indefinito della premessa (cosa vuol dire esattamente l’attributo di perfettissimo riferito all’ente supremo, di cui non ci è dato di conoscere assolutamente nulla?), resta il fatto che l’essenza di una cosa non ne implica necessariamente l’esistenza; per cui risulta logicamente infondato il passaggio deduttivo dalla perfezione all’esistenza di dio, la transizione dal piano mentale del pensiero a quello della realtà.

 

D’altronde, la prova ontologica di S. Anselmo fu rigettata dallo stesso Tommaso d’Aquino, il quale, a sua volta, indicò cinque strade per arrivare a dimostrare con la sola ragione l’esistenza di dio.

 

Le cosiddette “cinque vie” si possono sintetizzare in altrettanti concetti della divinità:

 

1)     Dio come motore immoto di tutto l’universo.

 

L’argomento, di sapore aristotelico, considera un aspetto essenziale ed evidente dell’universo: il suo continuo cambiamento; tale perenne movimento deve essere stato azionato, almeno inizialmente, da un essere che muove e non è mosso e questo motore immoto è dio.

 

2)     Dio come causa prima  non causata.

 

La seconda via prende in considerazione il rapporto di causalità che lega ogni cosa esistente ad una causa. Affinché la catena degli effetti e delle cause non continui a ritroso all’infinito, si rende necessaria l’esistenza di una causa prima a sua volta non causata e tale causa è dio.

 

3)     Dio come ragione necessaria di tutte le cose contingenti esistenti.

 

Tutto l’universo che ci circonda ha il carattere della contingenza, ossia tutte le cose esistenti non sono affatto necessarie ma possono esistere o meno; occorre, quindi, un ente assolutamente necessario, dio, che giustifichi tutto il contingente.

 

4)     Dio come principio di perfezione assoluta.

 

Vi è una scala di perfezione in base alla quale le cose sono classificate, dalle meno perfette alle sempre più perfette; sul gradino più alto di questa scala deve esserci la perfezione assoluta, cioè dio.

 

5)     Dio come suprema mente ordinatrice.

 

Tutte le cose dell’universo appaiono finalizzate armoniosamente al raggiungimento di un proprio scopo; questo coordinamento intelligente di funzioni non può essere opera del caso, ma soltanto di una mente ordinatrice, dio.

 

La prima, seconda e quarta via sembrano accomunate da una certa analogia di contenuto; tutte e tre si basano, infatti, sulla considerazione di una serie infinita di termini: la serie delle cause motrici di ogni singolo movimento, la prima; la serie delle cause in genere, la seconda; la serie dei gradi di perfezione, la terza. Di tutte e tre le serie si nega che possano essere infinite e si pone dio, come primo termine di ogni serie.

 

Ora, è proprio l’assunzione di impossibilità di una serie infinita, quella che costituisce il passo logico arbitrario di tutta l’argomentazione.

 

Da una parte, infatti, possiamo affermare che dal punto di vista logico non è affatto contraddittorio ritenere possibile la infinità delle predette serie; dall’altra, addirittura ci consta nella realtà matematica l’esistenza di serie prive di primo termine e quindi infinite, come ad esempio la serie dei numeri interi negativi terminante con –1.

 

Anche nella terza via ci si imbatte in un passaggio logico infondato e non condivisibile: che, cioè, la contingenza trovi la sua ragion d’essere nella necessità; è vero che viene definito contingente tutto ciò che è né necessario né impossibile, ma la contrapposizione dei concetti di necessario e di impossibile a quello di contingente è fatta soltanto per distinguere quest’ultimo, in una sorta di definizione circolare; infatti, i concetti modali base di necessario e possibile, nonché quelli derivati di impossibile e contingente sono definibili soltanto in via circolare, ossia, ciascun termine in funzione dell’altro. Così, “è necessario che A” equivale a dire che “non è possibile che non A”; “è possibile che A” è lo stesso che “non è necessario che non A”; “è impossibile che A” risulta la negazione di “è possibile che A”; “è contingente che A”, infine, come si è già detto, vale quanto “non è necessario e non è impossibile che A”. In ogni caso, dalla definizione di contingente e dall’esistenza reale di contingenti non ne consegue validamente che sia necessaria anche la reale esistenza di un supremo ente necessario: non è affatto illogico e contraddittorio ipotizzare la possibilità che esistano solo i contingenti; infatti, l’illogicità consisterebbe solamente nell’ipotizzare la possibilità che esistano gli impossibili.

 

Quanto alla quinta prova, quella relativa alla necessità dell’esistenza di dio quale suprema mente ordinatrice di tutto l’universo, essa si basa su di una premessa la cui validità è tutta da verificare: che ogni cosa esistente persegua la realizzazione di un fine in armonia con gli scopi che si prefiggono tutte le altre. E una tale visione del mondo, oltre ad essere piuttosto vaga, risulta del tutto impossibile da comprovare.

 

Molti altri, dopo S. Tommaso, hanno continuato a ricercare prove razionali dell’esistenza di dio, ma le nuove argomentazioni addotte, anche se apportano qualche variante, ricalcano sostanzialmente le precedenti. Così, Leibniz propone quattro prove articolate sui seguenti argomenti:

 

1)     Argomento ontologico.

 

Leibniz richiama la prova di S. Anselmo, precisando che è vero che l’essenza non implica l’esistenza, ma non per dio, la cui essenza si identifica con l’esistenza: concetto, questo, che riesce incomprensibile alla logica umana in quanto equivarrebbe a giustificare l’incongruenza del salto dal piano mentale a quello della realtà proprio con i particolari attributi di un divino la cui esistenza è appunto ciò che si deve ancora dimostrare.

 

2)     Argomento cosmologico

 

L’argomento ripete quello della seconda via dell’Aquinate, con l’introduzione del concetto nuovo, ma poco chiaro ed illuminante, della “ragione sufficiente”: tutte le cose dell’universo devono avere una ragione sufficiente per la loro esistenza; la ragione sufficiente di tutto l’universo è dio. Che cosa si può intendere per “ragion sufficiente” dell’esistenza terrena di un’entità contingente se non tutte le motivazioni che ne avrebbero resa utile, opportuna o addirittura necessaria la sua esistenza?

 

A parte il fatto che in molti casi non è facile comprendere il senso positivo di certe esistenze, come ad esempio quella del virus del cancro o dell’AIDS, apportatori solo di morte, o di quella delle mosche, certamente meno nefasta ma tuttavia pur sempre tanto noiosa e importuna, tutto il ragionamento pare si riduca alla piuttosto banale e certamente non cogente considerazione che se qualcosa esiste deve avere avuto un motivo per esistere e che se il tutto esiste la motivazione della sua esistenza è dio.

 

In altri termini, viene quindi ripetuta l’argomentazione dell’esistenza di dio come causa prima.

 

3)     Argomento delle eterne verità.

 

E’ una variante della terza via di S. Tommaso; dio è l’eterna verità, ossia la verità necessaria e sempre vera, che costituisce la ragione ultima delle verità contingenti delle cose dell’universo. Ancora una volta si sostiene la tesi che il contingente implica necessariamente il necessario; assunto che già abbiamo giudicato invalido dal punto di vista logico.

Inoltre le verità eterne, secondo Leibniz, non possono esistere se non pensate da un intelletto eterno. Ma gli universali, ad es., le idee di verità, di bontà, di bellezza, le essenze in genere (che sono i termini nei quali consistono le cosiddette verità eterne), le cogliamo intuitivamente (per illuminazione, come pretendeva Agostino) od astrattivamente percependo le cose esistenti?

 

4)     Argomento dell’armonia prestabilita.

 

L’argomentazione ricalca quasi fedelmente quella della quinta via del Dottor Angelico.

 

Logica umana e religione

 

Abbiamo visto innanzi la storia dei principali tentativi fatti dall’uomo per arrivare a dimostrare con la sola ragione l’esistenza di dio.

 

Ci siamo anche resi conto che, nonostante siano trascorsi tanti secoli di elaborazione del pensiero sull’argomento, ci troviamo sempre al punto di partenza, non essendo riusciti ancora a provare razionalmente che esista un ente supremo.

 

Può affacciarsi, allora, alla nostra mente il dubbio che se, dopo tanto millenario affannarsi della ragione, l’uomo non è mai riuscito nell’intento, la colpa dei suoi costanti e ripetuti insuccessi possa attribuirsi alla logica umana, al suo modo di ragionare, che non sarebbe lo strumento adatto per portare a termine una così ardua impresa.

 

Ma conosciamo noi una logica diversa, un diverso modo di ragionare? O meglio, è possibile concepire un’altra logica, oltre a quella da noi usata?

 

Nonostante ogni suggestiva tentazione di pensare alla possibilità di una logica soprannaturale, di una logica divina del tutto diversa da quella umana, quest’ultima è così radicata nell’uomo, è così connaturata con lui che riesce impossibile accettare razionalmente una simile ipotesi.

 

La logica dell’uomo è basata su alcuni principi fondamentali ed irremovibili, fra cui campeggiano come pilastri granitici il principio di identità ed il principio di non contraddizione.

 

E’ inconcepibile pensare ad un modo di ragionare che possa fare a meno di questi due principi: se A non è più uguale ad A, ma è uguale a B, a C, …a N, se perdiamo, cioè, il principio di identità, ogni cosa precipita nel caos più assoluto, nella confusione della torre di Babele.

 

Se abbattiamo il pilastro della non contraddizione, se invalidiamo il principio della impossibile contemporaneità di A e del suo contrario –A, noi perdiamo la certezza di ogni cosa e tutto risulterà nello stesso tempo vero e falso: che io sono un uomo e che non lo sono; che dio esiste e che dio non esiste!

 

E’ soltanto aberrante il credere che esista una logica basata su principi diversi; essa equivarrebbe alla distruzione dell’uomo e del mondo.

 

La logica dell’uomo e di tutto l’universo non può essere che una sola, quella che noi conosciamo ed adoperiamo; quella logica alle cui regole rispondono obbedientemente tutti gli eventi e le cose dello stesso universo.

 

Con la scienza umana, che è sempre basata sulla nostra logica, noi siamo in grado di penetrare e conoscere i segreti meccanismi del mondo che ci circonda; e se un essere divino ha creato il mondo e l’uomo ed ha regolato il tutto con le leggi di questa stessa logica, ciò sta a significare che la logica del creato è la logica del creatore e che non può esservi una diversa logica divina.

 

Qualcuno ebbe a dire, a mo’ di paradosso, che se c’è qualcosa che l’onnipotenza di dio non può fare è cambiare le leggi della logica! (c.f.r. il famoso paradosso del sasso, aggiunta mia).

 

Possiamo, dunque, rigettare tranquillamente il sospetto insinuatosi in noi che esista una logica diversa dalla nostra con cui è possibile affrontare efficacemente i problemi soprannaturali.

 

Dobbiamo, piuttosto, renderci conto che la logica ha sempre necessità di verifiche per arrivare a stabilire una verità e che tali verifiche non potrà mai ottenerle in campi che non sono di questo mondo.

 To be continue