Apologia della libertà
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REGOLE Il razionalista che non le rispetta non le sfida, le giudica
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ATTENZIONE: CIO' CHE SEGUE È SOLO UNA PROVOCAZIONE, UN ESERCIZIO DEL RAGIONAMENTO. NON C'È ALCUNA INTENZIONE DI APOLOGIA O DI ISTIGAZIONE. LE LEGGI POSSONO ESSERE CIVILMENTE, DEMOCRATICAMENTE E LIBERAMENTE CONTESTATE; MA NEL FRATTEMPO VANNO COMUNQUE RISPETTATE E SCRUPOLOSAMENTE OSSERVATE.
| di Calogero |
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Tesi: le regole, in tutte le loro forme sociali (divieti, precetti, codici, usi, leggi, ecc), sono necessarie solo in quanto destinate a un target che senza di esse non saprebbe comportarsi o rischierebbe di comportarsi in modo inefficiente e/o dannoso. Il modello è quello dei bambini, i quali hanno davvero necessità a sottostare a un insieme di regole. Necessità, però, che ha due irrinunciabili limiti: temporaneità e schematizzazione. Le regole vanno senz'altro apprese e inizialmente seguite con scrupolo, allo scopo di sperimentare il loro funzionamento; ma successivamente, quando interviene il raziocinio e si è padroni della regola, vanno elaborate ed eventualmente discusse e bocciate. Qualunque regola, per sua stessa natura, non può essere mai eterna o valida per tutti. Non a caso, i Sistemi (politici, economici, sociali), essendo per definizione sistemi di poteri, ci hanno tenuto e ci tengono ad affermare il concetto "le regole vanno comunque rispettate"; concetto che più o meno a tutti appare ancora oggi segno di civismo e garanzia di libertà. Vedremo fra poco se questo è vero o meno e utile a chi. Non è possibile avere un carnet di regole, un abbecedario da cui estrarre all'uopo ogni sorta di insegnamento comportamentale. Questo lo pensano le persone ottuse, per esempio certi genitori, quando si affaticano a elencare giornaliermente ai figli le azioni buone e quelle cattive; la prova dell'inefficacia di questa loro convinzione sta nel fatto che i figli ripetono all'infinito i comportamenti bollati come "irregolari" senza mai assimilare le regole imposte loro. E lo pensano anche tutti coloro - e sono molti - che detengono potere su altri loro simili: politici, militari, magistrati, forze dell'ordine, manager, religiosi, insegnanti, ecc. Questo è il motivo per cui quel pensiero illusorio è così diffuso e sedimentato. Nel mondo reale, invece, esistono gli "insiemi" delle regole, schemi generici da cui poi razionalmente si potrà dedurre (chi lo sa fare...) il singolo comportamento da adottare. Ed è la parte difficile: saper fare a meno delle regole.
Si può fare a meno delle regole?
Sembrerà strano (o destabilizzante, dipende dai punti di vista) ma sì, delle regole si può fare a meno. Con un'importante premessa: non tutti gli esseri umani possono fare a meno delle regole, ma solo quelli evoluti razionalmente e inseriti in una società dall'etica molto avanzata e totalmente laica. Ci vuole un certo allontanamento dai concetti teorici e assoluti di bene e di male, infatti, per poter apprezzare l'efficacia della razionalità.
Eppure, quelle due sub-regole sono evidentemente sagge e razionali! Cosa significa ciò? Significa che se dici a un bambino che non è che non deve utilizzare il coltello (teorema del no assoluto) ma solo utilizzarlo con accortezza (teorema del no relativo), probabilmente quel bambino finirà con tagliarsi alla prima occasione. Vieppiù, a un adulto sarà possibile affidargli lo stesso coltello senza il ragionevole timore che vi si tagliuzzerà. Quindi, deduciamo che la stessa regola (vietato utilizzare il coltello) è assoluta - sempre e comunque no - con un target involuto, come un bambino, e diventa relativa o superflua con un target evoluto, come un adulto. Il bambino è incapace di capire e di apprezzare le molte varianti della pericolosità di un coltello, quindi con lui funziona solo il divieto assoluto; l'adulto, invece, per ovvie ragioni di esperienza e di maturità, è in grado di cogliere le sfumature e quindi non c'è bisogno che segua una regola uninomiale, no, ma gli basta la versione relativista di quella stessa regola (per esempio: non t'infilare il coltello nell'occhio...) per sopravvivere alle probabilità di fare e di farsi dei danni. La conseguenza logica che discende da tale metafora è semplice. Rispetto a una regola, non è saggio comportarsi tutti allo stesso modo. Non è saggio né conveniente. La persona irrazionale, istintuale, poco avvezza alla logica, molto condizionata da una filosofia dell'accettazione ottusa, preda di comportamenti di principio, non potrà far altro che fermarsi allo stop anche quando è da sola in mezzo al deserto; e, naturalmente, non farà altro che evitare di protestare, soggiacere a ogni comando, rispettare acriticamente tutte le norme, cercare di essere l'acefalo perfetto così come lo vogliono i poteri che ne governano l'esistenza.
Rapporto fra soggezione alle regole e religiosità
Un disastro. Di cui non è priva di responsabilità la religiosità: avere una mentalità religiosa (o magica, che è sostanzialmente lo stesso) significa giustappunto accettare la sottomissione a poteri incontestabilmente superiori e assoluti come un dio (o forze spirituali di vario genere), accettare tutti i suoi capricci, trasformare le sue evidenti incoerenze in dogmi da rispettare ciecamente; e, per traslazione, quel dio-modello di autorità assoluta diventa di volta in volta un politico, un militare, un magistrato, un manager, un prete, un insegnante, ecc. a cui dovere obbedienza e in cui ritrovare il rappresentante di una norma e il titolare di un'ubbidienza e di un'osservanza. Le regole diventano "la Regola". La religione cattolica è una religione del dolore, dell'afflizione e della miseria. Essa riconosce come propria soltanto una realtà fatta di queste tre cose, per il semplice motivo che se ne nutre. Non è un caso se dove la popolazione è arricchita, è felice e soffre poco, il cristianesimo tende a scomparire e la popolazione diviene laica, mentre al contrario non appena le condizioni economiche peggiorano, o ci sono guerre o quanto altro, ecco che tutti tornano alla religione. Il cattolicesimo è una religione a potere piramidale, al cui ultimo gradino c'è sistematicamente l'Uomo; è un sistema gerarchico che, come tutte le strutture primitive, si autoregge sul potere e dunque sull'obbedienza scalare. Riconoscersi in esso implica accettare quel potere, ma accettarlo dalla parte di chi lo subisce non già di chi lo detiene (dio, pantheon e, più concretamente, preti, prelati e papi). Dalla religione alla vita civile il passo è breve e il sistema è perfettamente interscambiabile. Bisogna soggiacere alle regole del vivere comune; chi dèroga sbaglia. Una sintesi di tale atavico imbroglio? "La mia libertà finisce dove comincia la tua". Invece, semmai la mia libertà inizia dove finisce la tua (se la tua è una libertà posticcia, impaurita, controllata, gerarchica). Per la Chiesa, la libertà non è un valore positivo ma negativo. La libertà è il male. Una delle virtù più importanti di un cristiano è l'ubbidienza, non certo la libertà. Tra le virtù cardinali o tra le virtù teologali, o tra una qualsiasi delle virtù elencate da un qualsiasi pensatore cristiano riconosciuto, non si trova la parola libertà da nessuna parte. La libertà per i cristiani non è un valore ma un nemico. Istigare alla libertà è una delle caratteristiche di Samael, il serpente tentatore. Gli uomini liberi, per i cristiani, sono indemoniati. Nella bolla "ad extirpanda", il processo ideale per eresia e stregoneria doveva avvenire, testuali parole, "absque strepitu advocatorum", lontano dal gridare degli avvocati. In pratica, per loro nei processi l'imputato non doveva aprire bocca, né aveva diritto alla difesa. E il latino è una lingua piuttosto precisa.
Ma come si vivrebbe senza regole?
In una società di razionalisti, senza regole si vivrebbe benissimo. I razionalisti saprebbero da sé quali comportamenti sono lesivi e quali cònsoni alla propria società; e farebbero questa distinzione su basi non moralistiche ed emozionali, ma in rispetto del principio della funzionalità: non si commettono furti per non ledere la proprietà altrui, non perché "è peccato". Comprendendo ciò, sarebbe superfluo vietare i furti! E, alla lunga, sarebbero inutili pure le sanzioni e quindi le punizioni. Ma pure nella società attuale non è un problema non rispettare le regole: sempre che si sappia non rispettare le regole! Al semaforo rosso di prima, ci si potrebbe facilmente non fermare, ma bisogna che si riconoscano i parametri della deroga, vale a dire che passare col rosso non implichi un'insostenibile probabilità di incidente o pericolo per sé o per altri. E questo calcolo non tutti sono capaci di farlo. Per cui, purtroppo, spesso chi passa col rosso, pur esercitando il lodevole diritto all'autodeterminazione e allo scetticismo, crea una situazione di pericolo. Per costui, quindi, è meglio l'imposizione della regola con annessa sanzione. Ma colui che è padrone della situazione? Colui che ha il controllo della deroga? Perché equipararlo al primitivo incosciente che passa col rosso solo perché vuole sfidare il codice? Il razionalista non è mosso affatto da questa motivazione. Il razionalista deroga alla regola perché la giudica ed eventualmente la riconosce inefficace, erronea, superflua, illogica, inadatta, stupida, superata.
Regole inutili e superflue
Fino agl'anni '80, in Italia erano in bella evidenza sugli autobus molte targhette coi precetti più assurdi: Non sputare per terra, non parlare al conducente, prepararsi in tempo a scendere. Oggi sono spariti: perché? Evidentemente, qualcuno s'è accorto che la capacità media di stare su un autobus è cresciuta, e che quindi nessuno - se pure l'avesse mai fatto - sputava più per terra, o che era tutto sommato non così pericoloso chiedere qualcosa all'autista, o che era davvero sciocco raccomandare di prepararsi a scendere. Ciò conforta la tesi su esposta: le regole arretrano con l'avanzare della maturità di coloro cui sono indirizzate. Peccato che chi dovrebbe misurare tale maturità, onde adeguarvi le regole, è sempre in ritardo almeno di mezzo secolo... Sui treni, invece, resistono amenità similari, quali "vietato gettare oggetti dal finestrino". Ma è forse possibile, su molti treni ermeticamente chiusi, aprire quel finestrino per gettarvi cose? E, anche sui treni ancora normali, è davvero così diffuso e aggressivo quel mal costume tanto da giustificare targhette del genere? E, infine, qualcuno ha mai monitorato se funziona e quanto funziona quell'infantile deterrente? Non mi pare che la cronaca sia piena di feriti o morti causa lancio oggetti dai treni...
Regola segno di civismo?
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| Commenti da www.scrivi.com | di: |
| Mi dispiace molto che nessuno abbia
commentato questo brano. Forse la lunghezza, forse l'argomento, che rompe con gli schemi abituali. Avrei bisogno di uno spazio enorme per dibattere punto per punto ciò che hai espresso. D'accordo in molte cose, ma il tuo discorso ha il difetto di ritenere i singoli capaci di distinguere le regole. Ora siamo già oltre, le regole valgono solo per quanto non interferiscono con i nostri scopi. Devo però godere del vantaggio di farle rispettare "in toto " a chi mi ostacola. Quindi esiste una "aristocrazia" per cui l'etica e una opzione buona per i filosofi, e una finta "democrazia che riguarda tutti coloro che devono in qualche modo "obtorto collo" far vivere i privilegi degli "aristocratici" Questo porta ad un avvitamento, come quando un aereo è in stallo, i tempi dello schianto al suolo sono molto lenti ma inevitabili. Non rimane che brindare e che la musica del "quanto è bello" stordisca i nostri dubbi.b |
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