Intervista
a Sergio Martella
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Proponiamo l’intervista rilasciata da Sergio
Martella a un giornale. L’intervista è stata pubblicata solo in piccola
parte dal giornale: non ci è dato sapere se è stata “tagliata” o
“sminuzzata” o “censurata” per motivi redazionali o di altra natura. Sta di
fatto che qui di seguito c’è quella integrale.
mercoledì, marzo 22, 2006
visite da ieri
Preoccupati di difendere gli spazi di garanzia e
di laicità dello stato dalla perniciosa invadenza dei simboli della chiesa
cattolica in Italia, i soggetti impegnati nella battaglia sui valori della
laicità, le associazioni e gli intellettuali italiani hanno tralasciato,
fino ad oggi, di muovere una critica al cattolicesimo dal punto di vista dei
suoi contenuti e dei valori che veicola nel suo insegnamento morale ed
etico. Axteismo lancia questa sfida agli intellettuali che in ottiche
disciplinari diverse vogliono aderire al progetto di una analisi
approfondita su questo tema. Nell’intervista che segue il professor Sergio
Martella, psicoterapeuta, delinea quali sono, secondo l’indagine
psicologica, le principali colpe dell’insegnamento cattolico e le
conseguenze che ne derivano sulla personalità nascente del bambino.
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Mi piacerebbe sapere: qual è il dato più inquietante che
emerge dalla vostra ricerca?
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L'idea di un rapporto sui danni della dottrina cattolica è recente
nella forma di divulgazione popolare che si intende adottare. C’è da
chiedersi il perché di questo ritardo che contrasta con l’enorme varietà di
confutazioni filosofiche, letterarie e storiche rivolte contro il
cristianesimo. La risposta è disarmante quanto ovvia: solo l’indagine
psicologica sul valore simbolico del racconto cristiano è in grado di
svelare il senso diseducativo di un messaggio improntato al controllo degli
affetti familiari. La carica suggestiva della religione è infatti la
componente principale della sua efficacia e risiede unicamente nel gioco
fisiologico ed affettivo che si instaura nel rapporto tra generazioni, cioè
tra sessualità e potere, a cominciare dall’evento del parto-creazione. La
spiritualità è una materia squisitamente psicologica che non può essere
intaccata altrimenti sul piano della ragione e della razionalità. Sebbene i
principali autori della ricerca in psicologia e in psicoanalisi siano
dichiaratamente estranei ad ogni adesione fideistica alle religioni, la
divulgazione mediatica delle loro opere ha avuto cura di sminuire e di
occultare l’importanza della premessa di laicità di ogni indagine sulla
natura psichica dell’uomo.
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Nel constatare quanto in Italia sia evidente tale carenza, stiamo
cercando di coinvolgere in un progetto unitario coloro che a buon diritto
intendono mettere la loro professionalità al servizio di un obiettivo di
indagine. Nella mia attività professionale e clinica ho avuto modo di
verificare e raccogliere una serie di connessioni tra modalità formative che
tendono a deprimere l'identità psico-affettiva nella costituzione evolutiva
della persona e le inevitabili conseguenze nella determinazione del destino
individuale e sociale dell'uomo. Il mondo reale è, infatti, una
rappresentazione di ciò che è stato impresso nella fase costituente dell'Io.
La psicologa svizzera Alice Miller, per esempio, ne "La persecuzione del
bambino"
[1] cerca con ansia di mettere in guardia gli educatori dagli effetti
della pedagogia nera della religione. Ma ogni appello alla razionalità è
utile solo se possiamo educare a riconoscere gli stili formativi che
producono un accumulo di cattiveria, di distruttività e di infelicità
nell'uomo. L'insegnamento cristiano è falsamente improntato all'amore
universale: basta guardare il simbolo genetico del cristianesimo, il
crocifisso e ciò che esso rappresenta, per capire la componente di
ambivalenza sadica e masochista che questo "amore" veicola nell'inconscio
dei bambini. Il sacrificio come premessa, l'esordio della vita nella colpa,
l'inquietante percezione di un uso distorto dell'autorità del genitore,
equiparato a dio, nell'espropriare il corpo del figlio e nel farne l'oggetto
da distruggere per le proprie incarnazioni mistiche. Infatti, secondo il
racconto cristiano: la trinità familiare si incarna nel ruolo del figlio, il
quale viene destinato al martirio ed al sacrificio per la salvezza dei suoi
stessi assassini e dell’umanità.
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Quanta perversione traspare nella semplice
formulazione di un tale precetto! Quale amore ha bisogno di sacrifici umani?
Può la salvezza dell'umanità derivare dalla disgrazia procurata ad un
incolpevole?
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Si tratta di perversione, di cannibalismo affettivo e domestico! Come
può accadere che una tale deviazione della coscienza si affermi in modo così
radicale nella cultura dell'occidente? Perché l'intellettualità europea,
salvo poche eccezioni, per lo più originate dall'ambiente di cultura
ebraica, non sanno rilevare l'evidenza di una tale incongruità con i
precetti fondamentali del rispetto umano?
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Perché ci si ostina a ritenere degne di fede false
acquisizioni razionali e a falsificare la storia stessa senza suscitare una
opposizione netta tra coloro che si dicono laici?
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Ho cercato di dare le risposte a questi quesiti in
due saggi[2]:
uno dedicato alla straordinaria metafora anticristiana del Pinocchio di
Collodi, e l’altro alla intuizione di Nietzsche che contrappone l’eroe nella
tradizione del mito greco alla sconfitta del prototipo del figlio cristiano
che finisce in croce o sconfitto nel suo progetto di vita, come Amleto.
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Ora, con l'estendersi dell'interesse su questi
temi, al di fuori della tradizionale banalità dell'ateismo che cercava di
dimostrare la non esistenza materiale di dio, il gruppo Axteismo si è
prefisso di registrare i danni della esistenza di dio come categoria della
mente e dell'educazione di massa. Dove era dio, si chiedono in tanti, mentre
in Europa imperversavano i roghi crematori della shoa? Il dio cristiano e
antigiudaico della tradizione era proprio lì! Dinanzi alla logica
conseguenza dell'odio che aveva seminato per secoli e, anche in quegli anni,
sulle pagine dell'organo vaticano, la "Civiltà Cristiana"[3].
Rimase assente solo sui banchi degli imputati a Norimberga, dove si è negata
la verità inconfutabile che gli Ebrei sono stati perseguitati in quanto tali
– Ebrei – da una identità culturale altra ed egemone: i Cristiani d’Europa,
luterani e laterani alleati per l’occasione! Mai il cristianesimo ha pagato
per le conseguenze storiche dei suoi insegnamenti ambigui, di un amore
sadico, improntato alla sofferenza come valore e all'infelicità
dell'esistenza reale. Oltre la storia, la cronaca di ogni giorno – da Ave
Maria di Cogne, ai giovani assassini di satana – registra le forme del
disagio radicato nelle istanze della religione che continua impassibile a
rivendicare per sé il diritto all'egemonia sull'etica e sulla morale. È
invece evidente che la presenza dei valori cristiani (esaltazione della
sofferenza, prescrizione del peccato, liturgia del sangue e istituzione del
demonio) è stata l'unica organizzazione sempre garantita nei luoghi del
degrado umano ed economico, non solo non riuscendo ad apportare modifiche
strutturali alle cause della sofferenza, ma legandosi in modo complementare
ed ambivalente con le dinamiche stesse dell'ingiustizia e dell'ignoranza.
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L’affermarsi del degrado in ambiente umano non è
quindi conseguenza della mancanza di quei valori dello spirito, come si dice
da più parti, ma è conseguenza dell’affermarsi di quei valori egemoni in
mancanza di una loro attenuazione ad opera dell’emancipazione civile e
laica.
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Che soluzioni proponete per porvi rimedio?
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Al di là di un auspicabile risveglio della ragione
di fronte alle palesi deformità introdotte dalla religione cristiana,
cattolica in particolare, nelle basilari nozioni di igiene degli affetti e
del rispetto umano; al di là delle incredibilmente gravi (e in parte
inesplorate) responsabilità storiche che un amore così immaturo ha inculcato
nella soggettività dell'Occidente, resta ancora non risolto il nodo centrale
della comprensione profonda di questo fenomeno. Non è sufficiente
contrapporre il darwinismo al conato del creazionismo nelle tendenze
regressive del presente. È necessario aprire gli armadi di una conoscenza
così gravosa da recepire in termini estesi, da essere rifiutata largamente
anche nelle fasce della popolazione "di sinistra" in Italia.
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DIETRO LA RELIGIONE E I SUOI DETTAMI DI CRUDELTA'
OGGETTIVA NEI RAPPORTI PEDAGOGICI TRA GENERAZIONI SI LEGITTIMA IL MOTORE
STESSO DELL'ALIENAZIONE SESSUALE DELLA DONNA (quindi dell'intera umanità),
LA SUA ESCLUSIONE DA UNA COMPLETA INDIVIDUAZIONE E RESPONSABILITA' SOCIALE.
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La mistificazione di questo importantissimo tema è
tale da riferire l'ambito delle discussioni unicamente al conflitto tra
sessi. Niente di più sbagliato. Lo studio dell'esegesi analitica del mito,
come accade con lo studio dei sogni e del simbolismo in generale applicato
alla letteratura e all'arte, rivela nel racconto cristiano (eucaristia,
spirito santo e pos-sesso sulla figlia Maria, negazione del ruolo del padre,
incarnazione nel corpo dei figli con le stimmate sessuali femminili del
sangue e del dolore) l'estensione in termini socializzati della psicologia
della Grande Madre intesa nel senso junghiano, in particolare,
nell’accezione di Erich Neumann[4].
L'alienazione della donna madre, unitamente all'enorme potere
neuro-affettivo che il mistero del parto-creazione le conferisce (nella
fisiologia dei mammiferi), connota l'identità dell'Eterna Fattrice di una
attribuzione divina da sempre riconosciuta nelle culture di ogni epoca, a
partire dalle più remote.
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La religione in genere e, in Occidente, il
monoteismo e la religione cristiana costituiscono esattamente l'espressione
più coerente della psicologia della Grande Madre. Da qui deriva
l'invisibilità e la radicale impunibilità delle istanze, anche sadiche (ma
ammantate di profonda affettività), del cristianesimo. Da qui l'assoluta
incongruenza tra buon senso, ragione e fede. La madre può sbagliare, essere
immatura negli affetti, esigere tributi di sangue a infinito risarcimento di
quello da lei versato nella gestazione e nel parto, e tuttavia conservare
intatta la forza del suo potere che le deriva dall'aver "pettinato" i
neuroni e l'identità affettiva dei nati da lei, uomini e donne. Dalla
natività di un essere destinato al rito di sangue e martirio, al controllo
delle istanze sessuali e di generazione, alle perversioni mistiche del corpo
martoriato esposte dalla gino-iconologia dolente e sanguinosa dell’arte
sacra, la religione non è solo un’istanza del potere politico o culturale:
essa è innanzitutto la realtà di una alienante e radicata violenza
domestica, è un’affezione così profonda da essere riverita con tenacia anche
da chi non si dice praticante e tuttavia, difende il cristianesimo nella sua
essenza.
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Per lo stesso motivo il cristianesimo, subendo
scismi e insanabili contraddizioni, ha resistito ad ogni critica razionale,
ad ogni rendiconto di colpa pur riconosciuta valida e dimostrata. Ma non è
più lecito tollerare un uso anti-umano del potere degli affetti, diretto
specialmente contro i bambini e la loro aspettativa di benessere!
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Alla base di tutto ciò, è una originaria mancanza
di generosità, una inveterata attitudine al possesso, all’esproprio della
proprietà sessuale del figlio e della figlia in quanto causa di
emancipazione e di distacco, in piena autonomia di generazione. L’attitudine
al possesso (pos-sesso) è la modalità di dominio esercitata dalla
generazione che detiene il potere attuale. Il potere ha, infatti, una
origine sessuale: c’è un paradosso intrinseco alla natura sessuale
dell’umanità che evidenzia come solo la figlia, in quanto femmina, può
divenire più grande e potente del suo creatore, che è la madre. Unicamente
lei, non il maschio vezzeggiato, può procreare e mettere in mora il ruolo di
potere generazionale della madre! Solo alla luce di questa premessa si
possono comprendere i legami di senso che uniscono riti crudeli contro la
giovane donna, che non è ancora madre, come l'infibulazione (rito di
ingresso della giovane nel clan delle donne adulte), la cacciata con
maledizione e colpa della figlia Eva dalla gratuità domestica per partorire
con dolo e dolore, e, peggiore di tutte, lo spossessamento del corpo e della
sessualità della figlia Maria da parte della madre spirito-santo, trinità
matriarcale che già incorpora, nel sistema monadico, il padre e il figlio.
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Alcuni lessici del linguaggio comune rivelano la
natura matriarcale e androgina della chiesa: "Don" è contrazione di "donna",
è anche il suono del batacchio sotto la gonna-campana, iconologia della
madre che in sé trattiene il figlio-fallo, nella fattispecie il prete;
"duomo" è, infatti, la fusione fonetica di donna-uomo; i frati recano il
cordone ombellicale ancora non reciso alla vita, le suore il velo placentale
segno di possesso della madre. Il divieto all'uso della sessualità
sottolinea la centralità e l'obbedienza all'unico sesso della madre. Nel
caso del racconto dei vangeli, la giovane donna semplicemente viene privata
del diritto di succedere alla madre nel potere di una autonoma procreazione.
Non bastano i cento anni di coma letargico della giovane, dal momento del
menarca (la prima goccia di sangue) fino al risveglio, per placare l’ira
della madre-strega. Il veleno della mela, la maledizione biblica e la
cacciata dal mondo domestico non placano la sete di invidia e di rancore
nella matrigna; né la sterilità della terra ripaga Demetra dell’insana
gelosa nei confronti della figlia Core che assurge al ruolo di sposa in un
altro regno. Né Psiche ha ancora finito di pagare alle altre donne (sorelle,
madre e suocera) il tributo a causa della sua bellezza e del suo amore per
Eros. La figlia é la vittima prediletta dalla brama del rispecchiamento di
ogni madre. L'infelicità che ne consegue si riverbera nel rapporto con
l'uomo, nel masochismo congenito che la lega al persecutore, nella
depressione post partum che sfocia nel figlicidio o nella sterilità.
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Se il tema del conflitto tra matrigna e figlia
viene trattato e risolto nel mito e nelle fiabe (Cenerentola, la Bella
Addormantata, Biancaneve,...), l'entità unica matriarcale proposta dal
modello cristiano imperversa, invece, nell'illusione di vivere due esistenze
in una: la sua e quella della figlia che le appartiene per diritto di
invidia (individia). Maria non ha sesso e non ha un amante, che invece la
tradizione ebraica conferisce ad Eva. Il figlio Cristo, esito nella giovane
e succube Maria di questa mancanza di riconoscimento della proprietà
sessuale, prodotto di un tale spossessamento, nato per caso inopinato (per
virtù dello spirito santo e non di una libera scelta), non può che essere
predestinato al rango di un... povero cristo! Tale è il suo destino. Sul suo
corpo, reso femminile con la ferita nel costato (da cui era nata Eva) e
dagli attributi di innocenza, passività ed esclusione, convergono le istanze
femminili irrisolte dell'infelicità e dell'immaturità affettiva. Lo scarico
sul corpo mistico dell'uomo femminilizzato e mestruato da ferite emorragiche
(Cristo, Che Guevara o Padre Pio,...) costituisce il punto di saldatura e di
scarico emotivo delle scorie di violenza frutto della innaturale fusione tra
madre e donna (ma-donna). Si completa così un ciclo di asservimento, sempre
a scapito della giovane e del rinnovo di generazione. Cristo assume una
apparente funzione lenitiva, attraverso la rappresentazione della sua morte
nel rituale del ma-sacro (sacralità materna). Perciò il cerchio mistico
dell’incesto cristiano si alimenta di dolore, perversione, proiezione e
controllo.
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Guai a toccare questa figura sanguinante, emblema
di scarico dell’ingiustizia e dell’infelicità, avvolta nel sudario della
placenta sindone! Il corpo, oggetto di necrofilia, è pianto nella scena
della deposizione dalla madre che lo ha sacrificato a compenso della propria
alienazione; in ugual modo, nei riti dell’antico matriarcato tramandati da
Euripide, la baccante Agave piange il figlio Penteo da lei stessa smembrato.
Si tollera l'intollerabile pur di non riconoscere il conflitto tra
generazioni al femminile!
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Cosa si può fare per porre rimedio a questa
barbarie nella civiltà degli affetti? Si provi a spiegare alle masse di
credini (credenti passivi) e fedenti (credenti in cattiva fede) quali
istanze innaturali e contrarie alla naturale emancipazione della sessualità
si riproducono nella formazione pedagogica cristiana. Da tempo combattiamo
una battaglia impari contro le istituzioni alienate dello sfruttamento che
conseguentemente e coerentemente con la disumanità del credo si sono
stabilizzate in accordo e reciproco sostegno con la religione. Non è forse
vero che, in economia, ogni Azienda Madre Controlla e Possiede le Azioni
delle sue Filiali? Non è forse vero che il Nazismo (un primato composito di
nascita e madre-patria) e il Razzismo fondino le loro ragioni sul diritto di
sangue e di appartenenza forzata, che sono attributi del codice materno?[5]
E i misfatti sanguinosi delle “nostre cose”, nella tragica epopea di “cosa
nostra”, non sono forse ascrivibili ad una affiliazione intorno al corpo
centrale del “mammasantissima”, nelle famiglie di mafia? Non è semplice
capire fino a che punto si estendono le implicazioni di una sub cultura
matriarcale degli affetti, che è al tempo stesso potente, disumana e
incontrollata. Essa confonde uomini e donne in una esistenza crudele ed
alienata.
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Chi riporta danni psicologici in seguito
ad una certa dottrina, può essere recuperato?
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Molto si può fare in questo senso. La mia pratica
professionale di terapeuta dimostra che le connessioni analitiche e
culturali, difficili da spiegare in termini scientifici, diventano di colpo
comprensibili nella valutazione clinica della storia personale di ciascuno.
Di fronte al personale libro della vita e degli affetti familiari, ossia
dinanzi al codice di relazioni che hanno determinato la nostra vita, risulta
logico e facile distinguere la causa dall'effetto che governa la percezione
di felicità o l'impotenza dolorosa del fallimento nel progetto di vita. I
risultati si possono apprezzare in termini clinici. Ma ovviamente ciò non
basta. Occorre mettere in atto strategie di recupero e di consapevolezza in
larghi strati della popolazione. Sempre Alice Miller dimostra la
ineluttabile relazione tra formazione affettiva e qualità della vita.
Tuttavia, in Italia, non una sola ora di educazione alle ragioni della
laicità è stata organizzata nei programmi scolastici nazionali!
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Eppure lo Stato italiano è nato su criteri di
latinità pre-cristiana, la scienza (Giordano Bruno, Galilei,...) si è
costituita intorno ad un nucleo anticristiano, il Rinascimento è stato
possibile solo grazie alla riscoperta dei classici greci, l'antifascismo e
la liberazione non ha visto il vaticano attivo contro i regimi, bensì
schierato dall'altra parte, intento a redigere la propria legittimazione nei
concordati con Hitler e Mussolini, ai quali garantiva consenso e sostegno
nell’ascesa. Il meglio prodotto in Italia (compresa l'arte sacra, che non
era certo realizzata da stinchi di santo) è stato ispirato da una visione
laica e democratica della vita e del corpo. Proporre la necessaria questione
della emarginazione del cristianesimo nel novero delle opzioni del privato
incontra oggi una resistenza fortissima. In tutti i settori. Nella migliore
delle ipotesi si tende a sminuire il problema e a lasciare intatte le
contraddizioni.
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Non si pensi tuttavia che questa è una battaglia
di retroguardia: è la prima volta che si pone in modo cosciente e radicale
la proposta concreta di rendere visibile al largo pubblico le
responsabilità, non solo storiche, ma formative e causali del cristianesimo.
In questo senso dobbiamo agire.
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Il problema è la fede in sé o l'apparato
che ogni religione monoteista costruisce intorno al proprio credo?
:
Il credo monoteista sta ad indicare la centralità
del ruolo sessuale della madre (anche se incarna corpi maschili) nel
costruire la dinamica degli avvenimenti della realtà. Perfino la storia
recente dimostra che la religione è più efficace della politica nel
determinare gli eventi, per questo è importante che si voglia sapere dei
reali contenuti trasmessi. Di per sé la religiosità sarebbe un fattore umano
compatibile con la civiltà, a patto che si sia consapevoli delle istanze che
si veicolano nel racconto di fede che poi diviene prescrizione e istanza
morale.
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Sarebbe altresì necessario che le rappresentazioni
religiose e rituali rimanessero tali, ossia distinte dall'imposizione di un
credo che confonde il simbolico con il reale. Per esempio, il fatto di
celebrare la festa della nascita a dicembre con il rito dei doni da parte di
Babbo Natale non deve imporre la necessità dell'inganno sulla reale
esistenza di un personaggio della fantasia come se fosse reale! Una cosa è
la naturale progressione che i bambini attuano nel distinguere la fantasia
dalla realtà, altra cosa è la pelosa e deleteria attitudine degli adulti di
vedere realizzate le proprie istanze di insoddisfazione infantile facendo
credere per forza l'esistenza del falso. Forse che non si può giocare o
godere di un rito gioioso sapendo che è un rito in quanto tale?
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Le religioni monoteiste non sono uguali negli
effetti delle istanze da esse inoculate fin dalla più tenera età. Non sempre
è facile riconoscere, nel confronto, il grado di pericolosità; infatti,
concorrono altri fattori nelle società a influenzare gli effetti del credo.
In Occidente la cultura laica e razionalista ha attenuato enormemente gli
effetti già deleteri del cristianesimo (oltre alla secolare reclusione e
sterminio degli Ebrei, si pensi all'analogo scempio attuato nelle Americhe:
la crudeltà è un vizio congenito al cristianesimo!). Nel paesi arabi
l'islamismo non si giova di una analoga progressione sociale. L'ebraismo ha
invece individuato le corrette radici del problema proponendosi in termini
di patto (akedà) tra generazioni. Sempre la madre si pone nel ruolo di dio
(l'appartenenza ebraica è matrilineare), ma conferisce il potere della legge
terrena (Dio verso Mosè) al ruolo paterno. L'esatto opposto della
regressione cristiana, che rimanda il padre nella vacuità dei cieli o nel
pleonasmo di un vecchio e sterile sposo. Nell'ebraismo la madre ideale è
colei che è disposta a separarsi dal figlio purché egli viva (il giudizio di
Salomone). Nel cristianesimo la madre è entità globale, indistinta,
inglobante e distruttiva, come la grande madre del clan o gregge pre-sociale.
È la menade crudele e folle che smembra il figlio Penteo e poi lo piange,
come fa Maria sul corpo di Cristo ancora avvolto nella placenta sindonica[6].
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Ogni religione rimane comunque una opzione
implicita della coscienza su temi che invece sono alla portata della
comprensione umana. Meglio sarebbe una civiltà fondata sulla capacità di
rappresentare, senza obbligo di fede, tutte le istanze dell'animo umano. La
tradizione dei Greci in questo è maestra.
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Lei ritiene che in Italia, oggi, sia
possibile affrontare questi temi e dibatterne pubblicamente?
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È necessario in tutti i casi. Personalmente non
esito a rischiare attacchi personali o scomuniche di varia natura, poiché
ritengo una battaglia di assoluta civiltà rendere visibili gli effetti
dell'ignoranza e della malafede. Bisogna battersi in tutti i campi della
società per affermare una civiltà ed una igiene degli affetti. So per certo
che è possibile. Se qualcuno vuole reagire con la consueta violenza già
riscontrata nella storia di fronte agli avanzamenti della coscienza e della
società, è avvisato, noi siamo pronti. Esiste una minoranza numerica di
individui che è già maggioranza qualitativa nel distinguere e rendere
visibili i fantasmi dell'inconscio retaggio di una aggressività non risolta.
Si tratta di individuare i percorsi di una emancipazione ulteriore per
adeguare la consapevolezza umana allo sviluppo della tecnologia e
all'inedito potere che essa conferisce all'uomo. Le nuove potenzialità
richiedono una dilatazione della coscienza per far sì che ciò che abbiamo
costruito non sia rivolto contro di noi, ma a vantaggio di una integrazione
con la natura, di cui siamo e restiamo una cosciente emanazione.
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Infine mi servirebbero pochi suoi dati
biografici.
:
Sergio Martella
Psicologo Psicoterapeuta
Docente a contratto (dal 1993) presso la Facoltà
di Medicina e ch. dell'Università di Padova
[...]
www.arte-e-psiche.com
sergio.martella@alice.it
:
[1] Alice Miller, La persecuzione del bambino, Bollati Boringhieri,
Torino,1989.
[2] Sergio Martella, Pinocchio eroe anticristiano. Il codice della
nascita nei processi di liberazione, Edizioni Sapere, Padova, 2000.
Sergio Martella, Il furore di Nietzsche. La nascita dell'eroe e della
differenza sessuale, Cleup, Padova, 2005.
[3] David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano
nell'ascesa dell'antisemitismo moderno (titolo originale: The Popes against
the Jews, Alfred A. Knopf Inc. 2001), Rizzoli, Milano, 2001.
[4] Erich Neumann, Storia delle origini della coscienza, Astrolabio,
Roma, 1978.
[5] Jamine Chasseguet Smirgel, L’ideale dell’Io, Cortina Editore,
Milano, 1991, pp. 59,60.
[6] Euripide a cura di Giorgio Ieranò, Baccanti, Appendice, Mondadori,
Milano, 2006, p. XXIX-XXXIII.
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