di Mattia Fabbri
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Mattia Fabbri è un filosofo ateo che scrive anche su " Axteismo, No alla chiesa, no alle religioni Movimento Internazionale di Libero Pensiero ".
Il nostro rapporto epistolare continua. Dopo i suoi interessantissimi "pensieri atei", mi ha fatto (gradito) omaggio di queste Riflessioni atee. Stavolta il saggio è più articolato; ma niente paura: l'eloquio sciolto e convincente, oltre che la fascinazione dei temi, rendono la scrittura di Mattia godibile e utile come sempre. Potete utilizzare l'indice seguente:
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Lo scienziato e l'esistenza di dio (P. Odifreddi) Il conflitto cristianesimo / razionalità (P. Odifreddi) Le affermazioni religiose sono ciarlatanerie? |
CRITICA KANTIANA DELLE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO
La tradizione ha elaborato tutta una serie di prove dell’esistenza di dio, che Kant raggruppa in tre classi: prova ontologica, prova cosmologica, e prova fisico-teologica.
a) La prova ontologica, che risale a sant’Anselmo, ma che Kant riassume nella forma cartesiana, pretende di ricavare l’esistenza di dio dal semplice concetto di dio come essere perfettissimo, affermando che, in quanto tale, egli non può mancare dell’attributo dell’esistenza. Distinguendo criticamente fra piano mentale e piano reale, Kant obbietta che non risulta possibile “saltare” dal piano della possibilità logica a quello della realtà ontologica, in quanto l’esistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via empirica, e non già dedurre per via puramente intellettiva.
Kant sostiene, dunque, che “l’esistenza non è un predicato”, intendendo dire che che l’esistenza non è una proprietà logica, ma un fatto esistenziale asseribile solo mediante l’esperienza. Tant’è vero che quando si è ben descritta la natura di una realtà qualsiasi in tutti i suoi caratteri, ci si può ancora chiedere se esista o meno. Per cui, scrive Kant, la differenza tra cento talleri ( = monete prussiane) reali e cento talleri pensati non risiede nella serie delle loro proprietà concettuali, che sono identiche, ma nel fatto che gli uni esistono e gli altri no. Di conseguenza, la prova ontologica o è impossibile o è contraddittoria.
Impossibile, se si vuole derivare da un’idea una realtà; il nostro solo pensiero, infatti, non può generare dei.
Contraddittoria, se nell’ idea del perfettissimo assume già, “sottobanco”, quell’esistenza che vorrebbe dimostrare (è chiaro che se si presuppone l’esistenza del perfettissimo non si può fare a meno di concludere che l’esistenza gli appartiene necessariamente. Ma il problema è di vedere se tale essere esista davvero). In tutti e due i casi, la prova risulta palesemente fallace.
b) La prova cosmologica, che costituisce il fulcro delle “vie” tomistiche (in quanto comprende
l’argomento del primo motore, della causa prima e quello che fa leva ex contingentia mundi) e che Kant riprende dalla filosofia del suo tempo, gioca sulla distinzione fra contingente e necessario, affermando che “se qualcosa esiste, deve anche esistere un essere assolutamente necessario; ora, poiché qualcosa esiste, deve dunque esistere un essere assolutamente necessario”.
Secondo Kant, il primo limite di questo argomento consiste in un uso illegittimo del principio di causa, in quanto esso, partendo dall’esperienza della catena degli enti etero-causati ( = i contingenti) pretende di innalzarsi, oltre l’esperienza, ad un primo anello incausato ( = il necessario). Ma il principio di causa, puntualizza Kant, è una regola con cui connettiamo i fenomeni tra di loro e che quindi non può affatto servire a connettere i fenomeni con qualcosa di trans-fenomenico.
Il secondo limite dell’argomento risiede nel suo fondarsi su di una serie di forzature logiche e nel suo inevitabile ricadere nella prova ontologica. Infatti, dopo essersi elevato all’idea del necessario (che però, in concreto, non si bene che cosa sia) esso, con un disinvolto gioco di concetti, giunge a sostenere che il “necessario” coincide con l’idea del perfettissimo, cioè con un “ens realissimum” che non può fare a meno di esistere.
Così, dopo essere pervenuto a delle semplici idee, per di più forzatamente legate tra di loro, l’argomento pretende di aver dimostrato delle realtà.
In tal modo, anche la prova cosmologica finisce per implicare la logica di quella ontologica, che da puri concetti vuole fare scaturire presuntuosamente delle esistenze.
c) La prova fisico-teologica fa leva sull’ordine, sulla finalità e sulla bellezza del mondo per
innalzarsi ad una mente ordinatrice, identificata con un dio creatore, perfetto ed infinito.
Limiti della prova: Innanzitutto, essa parte dall’esperienza dell’ordine del mondo, ma pretende di elevarsi subito all’idea di una causa ordinante trascendente, dimenticando che l’ordine della natura potrebbe essere una conseguenza della natura stessa e delle sue leggi immanenti.
Inoltre, il massimo a cui questa prova potrebbe portare sarebbe un ‘ordinatore’ più che un ‘creatore’; infatti, l’esistenza di un demiurgo che sia causa dell’ordine cosmico è perfettamente compatibile con un universo eterno ed increato.
Infine, questa prova pretende di stabilire, sulla base dell’ordine cosmico, l’esistenza di una causa infinita e perfetta, ritenuta proporzionata ad esso.
Ma, così facendo, non si accorge che gli attributi che essa dà al mondo (‘saggiamente ordinato’, ‘mirabile’, ecc.) sono indeterminati, vaghi e relativi a noi e quindi non autorizzano affatto a passare dal finito all’infinito, e dall’imperfetto al perfetto, sostenendo che la causa di tutto è una causa infinita e perfetta.
In altre parole, noi sappiamo che in questo universo c’è una qualche misura o gradazione di ordine, ma relativa ai nostri parametri mentali e, in ogni caso, non certo infinita e priva di imperfezioni. Di conseguenza, non possiamo arrogarci il diritto di affermare che la causa del mondo è infinitamente perfetta, saggia, buona, ecc. E se ciò avviene è perché noi, saltando l’”abisso” che separa il finito dall’infinito, identifichiamo, sottobanco, l’ipotetica causa ordinante con l’idea della realtà perfettissima di cui parla l’argomento ontologico.
RIASSUMENDO
Le prove a posteriori intendono dimostrare l’esistenza di dio senza involversi in tortuosi ragionamenti logici e facendo semplicemente ricorso all’esperienza; il più classico argomento di questo tipo è quello cosmologico, in cui l’esistenza del contingente richiede come condizione l’esistenza del necessario. Risalendo a condizioni sempre più elevate e originarie io mi trovo nella condizione di bloccare il regressus in infinitum (che renderebbe inspiegabile e addirittura inintelligibile l’esperienza) ricorrendo all’ente originario, l’ens realissimum della tradizione metafisica e teologica, dio. Ma, obietta Kant, che cosa mi obbliga a non ammettere la liceità del regressus, se non la volontà già in me presente di concludere in ogni caso nell’essere infinito, e che cosa mi suggerisce che tale essere che conclude la serie delle condizioni dell’esperienza sia precisamente l’ens realissimum, se non la mia intenzione di arrivare ad ogni costo a porlo? I principi che applichiamo nell’uso della ragione non sostengono l’argomento in questione, perché non abbiamo alcun mezzo razionale per arrivare alla fine della ricerca delle cause e delle spiegazioni, né abbiamo un qualche modo per determinare quando la serie delle cause e delle spiegazioni viene completata. E quindi non siamo mai autorizzati ad affermare di essere giunti sino alla causa prima.
E se, ancor prima di sviluppare l’argomento cosmologico, ossia ancor prima di avviare la mie prove a posteriori, io già presentavo l’intenzione di arrivare a dio, è evidente che dovevo presupporlo come dimostrato in base ad un argomento che non può essere a posteriori e che pertanto è quello a priori; tutte le prove a posteriori presuppongono dunque surrettiziamente l’argomento ontologico.
Le scorrettezze della prova cosmologica sono poi innumerevoli: essa pretende di inferire, dall’esistenza della globale dimensione dell’esperienza, l’esistenza di una sua causa esterna non empirica: ma il concetto di causa (che per Kant è una categoria con cui colleghiamo gli eventi) non funziona al di fuori dell’esperienza. Essa non spiega perché sarebbe assurda l’ammissione del regressus in infinitum.
Ciò che è fondamentalmente errato in tale prova è il ricorso a un ragionamento che si pone al di là dell’esperienza possibile e anche al di là dei limiti entro cui è garantita l’affidabilità delle nostre facoltà razionali. Si costruiscono prove di questo tipo, le cui conclusioni affermano l’esistenza necessaria di alcuni dei nostri concetti, quando si estendono illecitamente principi (come quello di causalità) la cui unica applicazione conosciuta e fondata è il regno dell’esperienza reale, a problemi che trascendono ogni possibile esperienza. Ma una volta abbandonati i confini dell’applicazione legittima della ragione si può costruire ogni tipo di argomentazione e provare ogni cosa, creando ogni genere di paradossi e dilemmi (si pensi alle celebri antinomie presentate nella Critica della ragion pura). In questo spazio (al di là dei confini dei confini dell’esperienza) non abbiamo alcun criterio per stabilire in cosa consista un’argomentazione valida, e quindi non abbiamo modo di decidere se siamo o no riusciti a dimostrare qualcosa. Tutto ciò che possiamo fare è riconoscere che tutti gli argomenti che trascendono l’esperienza possibile, riguardino dio o qualsiasi altra cosa, sono interamente congetturali e improduttivi, e non provano nulla di cui possiamo esser certi.
L’argomento ontologico si basa, invece, su una concezione erronea dell’esistenza: essa, infatti, non è una perfezione, cioè una determinazione dell’oggetto che si aggiunge ad altre determinazioni, ma solo il fatto che tale oggetto è nella determinatezza che gli è propria.
Ad esempio, cento talleri pensati recano la stessa effige di cento talleri reali, le dimensioni immaginarie non sono maggiori né minori di quelle dei talleri veri e io conosco il loro peso esattamente come se li tenessi in mano: per sapere se li possiedo non devo riflettere su queste loro caratteristiche, ma infilare una mano in tasca e controllare. Non il ragionamento (la via dell’analisi) mi conforta qui, ma l’esperienza (la sintesi).
Anselmo perciò sbaglia nel ritenere il giudizio esistenziale analitico, laddove esso è sintetico: non a caso l’esistenza è una categoria e trova la sua corretta applicazione nell’ambito dell’esperienza possibile, all’interno della quale dio non è incluso.