SCATTONE
Egregio dr. Augias,
suppongo che la vicenda di Giovanni Scattone, omicida assunto in scuola,
possa far indignare i più. Lo capisco: in genere, siamo molto esposti agli
"effetti alone", per cui un inquisito equivale a un condannato, un attore
che si droga equivale a un drogato e un politico equivale a un imbroglione.
Si adotta, cioè, una semplicistica traslazione fra quel che si commette e
quel che si è. È ovvio che ogni caso va analizzato a sé ma, nel caso
Scattone, è logico impedire che egli insegni sul dato della condanna per
omicidio? Io penso di no. Anzi, plaudo per aver visto applicato un
civilissimo principio di razionalità. Penso che bisogna essere laici anche
in questi casi "estremi", vale a dire tenere separati i campi del
comportamento privato e di quello pubblico. Un condannato può essere
compatibile con un impiego anche sensibile come l'insegnamento se, come
dire, non "fa l'omicida" anche in scuola. Giacché in nessun caso, salvo che
nell'àmbito moralista, siamo autorizzati a riversare un crimine su una
professionalità. Perché, se non per vendetta sociale, trasformare la
condanna penale in un marchio che renda eterno il pubblico ludibrio e
benedica l'emarginazione?