
LA SCUOLA STATALE ITALIANA
DIFENDE LE MINORANZE
O ASSECONDA LA MAGGIORANZA ?
La locuzione latina ubi maior minor cessat significa che in presenza di quel che possiede più valore e importanza, quel che ne tiene meno perde la propria rilevanza. Spero proprio che questa sciagurata suggestione non trovi spazi in una scuola; ma se ne trovasse?
Per esprimere un parere informato sulla complessa questione (la cosa non è semplice, e chi la semplifica la vuole solo insabbiare) bisogna cucire varie stoffe.
La prima è: la scuola è pubblica ma è anche statale; c’è una sostanziale differenza, perché pure un bar è pubblico ma la sua proprietà è privata, mentre nel caso della scuola la “proprietà” è dello Stato, cioè di tutti noi. La scuola non può “appartenere” a persone identificate, a idee identificate, ad àmbiti identificati. Ma come si fa a “spersonalizzare” una realtà statale? Impegnandosi a non identificarla in alcun modo. Che poi è il significato più nobile della parola «laicità» (consiglio la lettura di Che cosa è la laicità. Minoranze e comunità nello Stato democratico, di Henri Pena-Ruiz, ed. Marco 2006).
Purtroppo, con la complicità di leggi, pronunciamenti, regolamenti e direttive contraddittorie, insufficienti e deliberatamente non definitive, in tema di laicità la scuola statale italiana sguazza in una sostanziale anarchia, spesso facendosi forza su due meccanismi drammaticamente a braccetto: il consenso della maggioranza, e l’insana pigrizia della minoranza. Ubi maior minor cessat.
Il pluralismo. L’educazione al pluralismo è un pilastro della formazione democratica dei cittadini; tuttavia se è solo libresca, fornita giusto per rientrare nei programmi ministeriali, è inefficace: l’educazione autentica al pluralismo proviene invece dal vivere quotidianamente la diversità sociale e culturale di alunni e insegnanti in ciascuna scuola e in ciascuna classe. Ora: cosa c’è di pluralistico in una scuola che è chiaramente «identificata» attraverso mille e mille oggetti e sistemi che rimandano sempre e solo a una e una sola religione? Conosciamo l’opposizione falsamente convincente del «sono simboli universali» (magari di pace). Universali? Cioè?, «di tutti»?, comprese le centinaia di diversi credi religiosi e di ateismi? È evidente che non è così, ma quand’anche così fosse? Ubi maior minor cessat. La scuola statale italiana deve difendere e rispettare l’unico e solo suo «abitante» che non la pensa come gli altri. Invece precipita a palestra di attività faziose, dove si esercitano i «colossi» della (presunta) maggioranza, e pazienza (o becera tolleranza, o limacciosa sopportazione) per gli altri che non partecipano al festino…
Il Crocifisso, oggettivamente, è uno strumento di tortura pagano. E' l'attrezzo con cui avrebbero ucciso uno dei tanti profeti del tempo. Quindi, che sia un simbolo del cristianesimo, non v’è dubbio. Va rispettato da tutti, ma non va ostentato a tutti. Giocando sul serio problema della reciprocità, potremmo chiederci: gli edifici cattolici non si pongono il problema di esporre il simbolo dello Stato italiano o la bandiera (quelli sì, semmai, universali in Italia), perché gli edifici dello stato (scuole pubbliche) devono porsi il problema di esporre i simboli di una delle religioni che in Italia non è più quella maggioritaria né religione di stato fin dal 1984? Imporre un simbolo religioso per simbolo universale appartiene al più debole dei Pensieri.
La sentenza della Corte Europea che in questi giorni è «esplosa» soprattutto nel fin troppo tranquillo status quo dei cattolici e dei loro lacché politici, è stata additata in mille modi, svilita, disprezzata, offesa. Ma si può delegittimare una sentenza solo perché va contro le proprie convinzioni? Il civismo nel quale ci compiacciamo di stare, non insegna che le sentenze vanno semplicemente «rispettate»?
Gli atei e i diversamente credenti non hanno mai alzato gli scudi della «lesa maestà» quando, ciclicamente, qua e là sono fioriti decreti, circolari e pronunciamenti che invitano a mettere e a conservare i crocifissi in scuola. Ora che invece qualcuno (non a caso l’Europa, che non ha nel proprio centro il Vaticano) ci ricorda che lo Stato laico deve essere indifferente alle credenze religiose, invece di accettare questa ovvietà, il mondo cattolico scalcia!
E fossero solo strilli e proteste! Le minacce di morte del ministro La Russa a danno di chi vorrebbe togliere i crocifissi dalle scuole (trasmissione tv «La vita in diretta», Rai1, 4 novembre 2009) la dice lunga e, purtroppo, la dice pure chiara, sul clima che pervade l’Italia a danno di chi, semplicemente, vorrebbe uno Stato neutrale rispetto a ogni simbolo religioso. Un clima che ha contribuito a creare e a mantenere l’atteggiamento di chiusura e di autoreferenzialità tipico dei fautori del «crocifisso identitario».
Luigi Lombardi Vallari dice che l’uomo preferisce i sistemi di simboli ai sistemi di cose, i sistemi di significati ai sistemi di fatti. Proprio questo fascino rende la religione pericolosa. Non è certo la religione che invita i bambini a fiorire in tutte le loro abilità autoespressive. I giochi, gli sport, la rispettosa intima frequentazione degli ecosistemi, nulla hanno di religioso.
Non si può non essere d’accordo!
Per la verità, considerando un po’ di cose, nessuno prevede che i crocifissi verranno schiodati a breve dalle pareti della scuola pubblica; stiano tranquilli coloro che ci tengono a mostrare di che «colore» è la «loro» nazione.
Ma la scuola italiana, palestra del Rispetto, schierandosi per il mondo che non tollera la laicità, o che la difende solo fintanto che non si mostra «fastidiosa», fa una scelta esattamente opposta: difende la maggioranza e ignora la minoranza, sottraendosi al mandato pedagogico fondamentale dell’inclusione.