LA SENTENZA DEL TAR CHE ESCLUDE LA RELIGIONE DAI CREDITI SCOLASTICI
Vediamo di capire cosa è successo in modo semplice.
Il "credito scolastico" è un punteggio che, durante gli ultimi tre anni delle
superiori, lo studente può accumulare affinché poi all'esame di stato si vada ad
aggiungere ai voti dello scritto, dell'orale e della terza prova.
Questo "credito" si forma sia grazie ai voti che lo studente prende nei tre
anni, sia grazie alle attività "formative" cui egli partecipa: i cosiddetti
progetti pof, por e pon, e altre attività che fa all'esterno della scuola, come
per esempio quelle sportive, che il consiglio di classe eventualmente gli
riconosce e gli valuta.
Per gli esami di stato del 2007 e del 2008, grazie a un'Ordinanza Ministeriale
dell'allora ministro Fioroni (la numero 26 del 15-03-2007) che fa risorgere un
"morto" (perché contestatissimo) art. 3 dell’O.M. n. 128 del 14 maggio 1999 del
ministro Berlinguer, la frequentazione dell'ora di religione cattolica (IRC)
costituisce credito scolastico. La cosa sarebbe normale se all'IRC che
frequentano gli studenti "cattolici" corrispondesse un'ora alternativa offerta
agli studenti "non cattolici". Questo sulla carta è previsto, sennonché in quasi
tutte le scuole italiane l'ora alternativa... non c'è. I motivi sono molti e non
tutti limpidissimi: perché non ci sono spazi, non ci sono tempi, non ci sono
soldi, non ci sono volontà politiche dei dirigenti scolastici, non ci sono
inclinazioni egalitarie dei docenti, perché troppi ritengono normale che anche
la scuola pubblica sia "cattolica" e troppi ritengono che sia disdicevole che
non lo sia. Per cui, in sostanza, lo studente che frequenta l'IRC accede a un
credito scolastico, mentre lo studente che, rinunciando all'IRC, non ha trovato
un'ora "alternativa" da frequentare, non può ricavare crediti. Questo si traduce
in un'evidente disparità e, peggio ancora, rappresenta un modo subdolo per
rendere più conveniente scegliere l'ora di religione.
Si dirà: ma perché ce l'avete tanto contro l'IRC? No, non è questo il punto,
anche se la storia della presenza della religione cattolica nella scuola
pubblica italiana è una fonte inesauribile di spocchiosi privilegi e di dolose
accupazioni di spazi. Gli argomenti non sono soltanto culturali, ma giuridici:
sono le leggi che regolano il credito scolastico (l'art. 5 della L. n. 425/1997
sulla riforma degli esami di stato e l’art. 11 del Dpr n. 323/1998), che
escludono l’Irc quale fonte autonoma del credito stesso. E ciò ha una sua
logica. La religione cattolica, infatti, in quanto insegnamento facoltativo, è
posta fuori pagella (nonostante i tentativi della ministra Moratti di
reinserirvela), e il profitto in essa conseguito è registrato in una scheda a
parte; l'IRC non dà voti e non concorre alla promozione o alla non-promozione
dell’alunno, non assegna debiti formativi, non costituisce prova d’esame, e non
serve alla determinazione della media ai fini dell’attribuzione del «credito
scolastico» in vista degli esami di stato. Va inoltre ribadito che la religione
cattolica, proprio perché è un insegnamento facoltativo, quindi affidato alla
libera scelta degli alunni, non deve dar luogo ad alcuna forma di
discriminazione (l’ora alternativa è uno «stato di non-obbligo»). Per rendere
effettiva questa uguaglianza, gli alunni non-avvalentisi, per esempio,
dovrebbero poter lasciare la scuola durante l’ora di religione; e invece sono
destinati alla nullafacenza per i corridoi o, peggio ancora, a rimanere in
classe a seguire una lezione che non hanno scelto.
La signorina Binetti, che critica la sentenza 7076 accusandola di creare
professori di serie A e di serie B, dovrebbe invece riflettere sulla situazione
reale degli studenti che non fanno religione: loro sì che sono trattati da serie
B o anche meno!
Fare religione cattolica non va visto come un fare di più, rispetto a un fare di
meno di chi non la fa, ma come una libera scelta su cui non si può sindacare.
Questa libera scelta non va subordinata a premi o "punizioni" e a punteggi,
perché in questo modo se ne svilisce proprio quel valore formativo che si
vorrebbe tutelare e garantire.
In tal senso, la sentenza del TAR è oggettivamente seria e limpida. Essa ha
chiarito che “sul piano giuridico, un insegnamento di carattere etico e
religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente
essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico”. E come
dargli torto? Avere fede nel cattolicesimo, come può costituire un "di più"
rispetto a chi non ce l'ha o ce ne ha un'altra? La scelta di avvalersi o meno
dell’insegnamento della religione cattolica deve essere assolutamente libera e
in nessun modo condizionata. Questo dice il TAR, e lo dice in sintonia, e non
contro, il Concordato, le Leggi e i Regolamenti della Scuola. Ma dice pure
altro, nient'affatto secondario: “Lo Stato (...) non può conferire ad una
determinata confessione una posizione dominante”. E in effetti, in scuola, di
questo si tratta: di un dominio del pensiero cattolico, non solo dell'IRC;
dominio culturale e sociologico, che si appalesa in mille modi e con mille
marchiature del territorio: dall'induzione a ricordare le feste cattoliche al
grondare dei crocefissi su ognuna delle sue pareti.
Ma i vari "papaveri" della CCAR non entrano nel merito, non gli conviene, e
giocano sugli esempi fuorvianti. Come fa, per esempio, il celere monsignor
Michele Pennisi che, a poche ore dalla notizia sulla sentenza del TAR, da Piazza
Armerina minaccia che i vescovi «non possono restare in silenzio di fronte a
questa assurdità», e si lancia in un distraente paragone: "All'allievo che
colleziona francobolli - rileva il prelato - vengono riconosciuti crediti
scolastici, mentre non ottiene nulla l'altro che frequenta l'ora di religione
malgrado il suo processo formativo entri nella didattica". Ah sì? I vescovi
parlino pure, chi glielo vieta (anzi, il servilismo statale li incoraggia
quotidianamente); ma non sperino che la loro indignazione d'ordinanza si
sostituisca ai pronunciamenti di un tribunale o, meglio ancora, ai valori e ai
principi che tali pronunciamenti affermano e difendono. Il problema non sta,
caro Michele, nel discriminare l'IRC rispetto ai francobolli, bensì nel
discriminare lo studente che non vuole la lezione di cattolicesimo rispetto a
chi, diciamo così, la sceglie (e non sempre è una scelta, spesso è un'inerzia
culturale). E in quanto al significato formativo della religione a scuola, avrei
più di una titubanza: c'è bisogno forse di una religione per trasmettere valori
di solidarietà e di positività? Anzi, la religione cristiana, che si è costruita
su una storia di violenze e che ancora oggi predica l'oscurantismo
antiscientifico e la cultura del divieto, ha ben pochi titoli per porsi come
strumento di "formazione" di uno studente (a meno ché non si voglia indicare a
lui una strada di privilegi, di asservimento e di rinuncia alla libertà di
pensiero).
Il tutto puzza di ben altro. La levata di scudi, fatta col solito tono marziale
e assertivo, nasconde l'ennesimo tentativo di "freno" alla fuga sempre più
consistente degli studenti dall'ora di religione. Forse non (ancora) negli ex
feudi dello Stato Pontificio, ma nei licei del Centro-Nord il rifiuto dell'ora
alternativa è dell'ordine del 40 per cento; e il dissanguamento cercano di
tamponarlo come possono: strillando e rendendo la vita impossibile agli studenti
che "si permettono" di non scegliere di fare religione. "Legittima difesa",
probabilmente; ma giocata in modo sporco, camuffato e arrogante.