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Panni sporchi

"La Sindone «rifatta» in laboratorio"
L'EQUIPE DI «SCIENCE & VIE» AVREBBE RICOSTRUITO IL PIÙ GRANDE MISTERO DELLA STORIA CRISTIANA

 

Gli arnesi per la sfida sono sul tavolo: un telo di lino tessuto con una
tecnica analoga a quella del Medio Evo, un barattolo pieno di ossido di ferro mescolato con una gelatina naturale ricca di collagene, un legante molto utilizzato per i colori ai tempi in cui Giotto decorava le cattedrali.
E poi, naturalmente lui, il volto: il calco di un bassorilievo del milleduecento che rappresenta il Cristo straziato dal supplizio. Paul-Eric Blanrue, storico, si muove svelto davanti alle telecamere e ai clic dei fotografi, come un vero fabbricante di (false) reliquie dei secoli bui, quando l'Europa cristiana esorcizzava le paure e la sete di divino anche e soprattutto negli inesauribili retrobottega dei trafficanti e dei falsari del sacro. Immerge il lino nell'acqua, poi ben impregnato, lo adagia sul volto, lo pressa perchè aderisca ai rilievi della scultura. Dopo che è seccato procede con un tampone imbevuto di ossido di ferro dal colore rossastro. E hoplà, sul lino si staglia, ben marcato e riconoscibile, color sangue, il volto di un uomo. Nel negativo fotografico il viso diventa di un sorprendete, arcano realismo. La somiglianza con il viso della sindone è stupefacente, trasmette un frammento di quella immensa carica emozionale che ha fatto tremare generazioni. Ne viene, occorre confessarlo, un senso di oscuro disagio. L'impronta si è irresistibilmente fissata alle fibre del tessuto, sembra impregnata anch'essa, nelle ombre e nei vuoti, di un immenso arcano dolore. «Ha resistito al lavaggio, al riscaldamento a 250 gradi spiega Blanrue - lo abbiano immerso nell'acido citrico, in quello acetico, nel bisolfito e infine immerso per ventiquattro ore in un antiruggine.
Ebbene l'immagine non è stata alterata. È il collagene il segreto dei falsari. Perchè un campione dello stesso tessuto impregnato di ossido di ferro puro non ha resistito al contatto con l'acqua e con l'acido». L'esperimento è compiuto, dunque. Secondo la equipe riunita dalla rivista francese «Science & vie» il più grande, affascinante mistero della storia cristiana, la sindone, la impronta di Gesù, non è altro che un fortunato colpo messo a segno da avidi falsari medioevali, istigati forse da vescovi avidi di elemosine e di potere, passato attraverso i secoli trionfalmente
spinto dal vento della credulità e da quella che questi infervorati positivisti definiscono «una vergognosa rinuncia degli scienziati a usare il linguaggio della scienza»: «I partigiani della verità della reliquia sostengono la sua non riproducibilità, invocano il fatto che le copie tentate non sono mai apparse credibili a riprova del suo carattere soprannaturale. Ebbene, ecco la tecnica, o una delle tecniche, con cui fu realizzata nel Medio Evo, di stupefacente somiglianza». La scienza contro la fede, vecchio aspro, antico: inutile forse perchè gli alfabeti sono inconciliabili, il Mistero del credere resiste a ogni esperimento demolitore.
Nell'aula del museo di storia naturale dove è stato replicato l'esperimento, soffia un gagliardo fastidioso vento di battaglia finale contro l'oscurantismo, un armamentario ottocentesco che il laicismo francese continua a considerare attualissimo. I ricercatori ingaggiati da «Science &
Vie» vogliono stravincere. Hanno realizzato una controprova, la confutazione definitiva: una vaporografia. Hanno riprodotto gli effetti della reazione chimica che avviene sul corpo di un giustiziato. Sul bassorilievo è stata applicata una soluzione di ammoniaca con una concentrazione da tre a cinque volte superiore a quella del sudore umano e della tintura di aloe. «Ebbene non abbiamo ottenuto alcuna impressione sulla tela, il che prova che la sindone non è stata marchiata dal corpo piagato di Cristo». Jacques Evin, esperto di datazioni archeologiche, ha poi ricordato i risultati ottenuti con la prova del carbonio 14 nel 1988 : «È una prova definitiva, irrefutabile anche se qualcuno ha pensato di fare della fisico-poesia sostenendo che la radioattività ha alterato i tessuti rendendo inattendibile il test. Il lino del sudario ha meno di ottocento anni, appartiene a una datazione tra il 1260 e il 1390. E pensare che già nel 1390 una parte della Chiesa era convinta che si trattasse di un falso e metteva in guardia i fedeli ».
 

Postato da Mariano T. sul forum Cicap il 23/6/2005