Ma io difendo quella croce
di Marco Travaglio
Premessa: Nel 1999, i magistrati che giudicavano Marcello Montagnana (un insegnante che si astenne dal fare lo scrutatore perché nel seggio elettorale c'era il crocifisso) scrissero che Montagnana prese a pretesto il crocifisso solo per astenersi dall'obbligo di quell'attività. L'anno dopo, con una sentenza storica, Montagnana fu invece assolto; ma intanto la stampa gli saltò addosso. Tra gli "insospettabili" che si schierò pro-crocifisso e soprattutto contro Montagnana, parlandone in modo come minimo sarcastico, ci fu l'odierno difensore delle libertà civili, Marco Travaglio. Questo articolo fu pubblicato da La Repubblica.
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Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe senza alcun dubbio appeso nelle
scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra,
centro, sinistra. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.
Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di
Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e
all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei
ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione
sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”,
come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa,
guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il puttaniere che, quando gli va a
genio, si presenta come il difensore del Cattolicesimo. Fanno schifo i leghisti
che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti
pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Alla stregua di
cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze, se dobbiamo difendere
il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito.
Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo
indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola
ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo”
sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della
crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di tolleranza, di
sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di
laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e
gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi,
dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non
solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande
profeta. Infatti furono proprio le ideologie più pagane della storia, il nazismo
e comunismo a scatenare per prime la guerra ai crocifissi. E non è affatto un
caso. È significativo che oggi nessun politico riesca a trovare le parole giuste
per raccontarlo. Eppure, per chiarire definitivamente la questione, basta
prendere a prestito il “Lessico familiare” di Natalia Ginzburg, la famosissima
scrittrice del Novecento italiano, che col Cristianesimo ha ben poco a che
vedere, anche perché di origine ebraica, più atea che mai, e per di più
parlamentare del Partito Comunista.
Personificazione di una laicità seria e cosciente, rispettosa e lungimirante, la
Ginzburg, da intellettuale qual’era, osservò sempre con somma commiserazione
quelle posizioni di laicismo banale e spicciolo e di anticlericalismo cieco e
fanatico, oggi tornate tanto di moda tra masse ignoranti e qualunquiste. Negli
anni Ottanta, come un inno a quella laicità illuminata di cui oggi ci sarebbe
davvero bisogno, scrisse:
“L’intera cronologia si serve del calendario fatto elaborare da papa Gregorio
XIII e dell’Anno Domini, l’anno della nascita di Cristo, per ricostruire gli
eventi storici globali, sistema questo, assunto come standard di riferimento
mondiale dalle Nazioni Unite e dall’Unione Postale Universale. Ma sotto il segno
della croce si è svolta tutta la storia europea: monarchie e papato hanno
scritto la storia dei popoli in base alla legittimità derivante dal diritto
divino, molte guerre ed altrettante paci si son fatte nel nome della religione.
Non c’è dunque casata reale che non rechi la croce sul proprio blasone
familiare. Ma che dire del fatto che le nostre strade, le nostre piazze, le
nostre stesse città recano il nome di santi ed ecclesiastici che hanno operato
cose grandiose proprio nel nome della fede cristiana? Il giorno del nostro
riposo settimanale è la domenica, tale perché consacrato al Signore e per
permettere la frequentazione della messa, come rimanda la stessa etimologia del
giorno domenica, dal latino Dominus. Ma oltre alla domenica, sono riconosciute
come festività nazionali anche altre ricorrenze religiose: il 6 gennaio con
l’Epifania, la Pasqua, il Lunedì dell’Angelo e l’Assunzione di Maria in cielo,
più popolarmente conosciuti rispettivamente come Pasquetta e Ferragosto, il 1°
novembre con Ognissanti, l’8 dicembre con l’Immacolata Concezione, il 25
dicembre col Natale e il 26 con Santo Stefano. Oltre a queste poi, ci sono
ancora un’altra serie di festività riconosciute a discrezione dalle scuole o
dalle aree geografiche, come la Settimana Santa, le ricorrenze dei santi patroni
delle città, il Carnevale e altre ancora. Seguendo effettivamente il principio
di laicità, non è ammissibile che in uno Stato si interrompano numerose attività
e servizi per via di festività proprie di una precisa confessione religiosa, nel
nostro caso il Cattolicesimo. Seguirebbe poi l’opportuna necessità di rifondare
un nuovo calendario totalmente laico, in modo da istaurare una reale parità
religiosa, anche se andando a rispolverare anacronisticamente gli stessi
provvedimenti della Francia rivoluzionaria, e violando poi la nostra tradizione
storica, culturale e religiosa. Eppure, se si vuole essere davvero devoti al
principio di laicità, sia chiaro a tutti, bisogna prepararsi anche a questo,
come è avvenuto in alcuni, seppure pochi, Paesi d’Europa. E che dire che alcuni
tra i nostri maggiori letterati hanno incentrato la loro produzione sul
Cristianesimo? Si pensi in particolare a Petrarca, Tasso, Dante e Manzoni, e al
fatto che le uniche due opere la cui lettura è d’obbligo nei nostri licei, e
cioè la Divina Commedia e i Promessi Sposi, sono universalmente considerate la
prima come una delle espressioni più ricche e fantasiose della teologia
medievale e l’altra come il romanzo della Divina Provvidenza. Come interpretare
la condizione per cui i nostri centri urbani son tutti solennemente sovrastati
da cupole e campanili? I capolavori artistici delle nostre stesse città narrano
della religione cristiana e dei suoi protagonisti. Duemila anni di storia
dell’arte europea sono quasi esclusivamente di argomento religioso. Dovremmo
forse rifiutarci di leggere quelle opere letterarie o di interpretare quelle
meraviglie dell’arte perché parlano di un Dio che non è il nostro? Perché -sia
nuovamente chiaro- al di là del valore artistico e culturale che possa per
esempio avere il capolavoro di Dante, esso rimane, comunque, prima di tutto,
un’opera di alto contenuto religioso. Ma purtroppo il concetto di laicità, così
come lo conosciamo, non è affatto facile da applicare in nazioni permeate
storicamente da una cultura religiosa che, nel corso dei secoli, ha avuto modo
di insediarsi così saldamente nel cuore degli uomini, che gli stessi hanno
quindi essenzialmente costituto ogni campo della società e dimensione della
cultura sulla base di quel preciso credo religioso, tanto che oggi, seppure in
un mondo profondamente mutato, appare pressoché impossibile svincolarsi
laicamente da tutto ciò che è figlio della religione, senza poi scadere
nell’antistoricità e nell’anticultura, e quindi, nella pura e assoluta
ignoranza. E che dire, infatti, che Nuova Zelanda e Australia e altri ben
quattordici Paesi europei (Svezia, Norvegia, Finlandia, Grecia, Malta,
Inghilterra, Irlanda del Nord, Scozia, Slovacchia, Svizzera, Islanda, Danimarca,
isole Far Oer e isole Aland) recano la croce cristiana sulle loro bandiere? E’
comico che mentre in Italia si fa guerra ai crocifissi, Paesi assai meno
religiosi, o addirittura a maggioranza atea, recano lo stemma della croce
addirittura sulle loro bandiere nazionali, senza alcun tipo di polemica o
scandalo. Ma d’altro canto, perché mai dovrebbero sentirsene discriminati gli
atei o cittadini di altre confessioni religiose? E se paradossalmente volessero
eliminare quella croce dalle bandiere, quale altro simbolo riuscirebbe a colmare
quel vuoto immenso? Nessun altro, nemmeno lontanamente. Quella croce sulle
bandiere non sta altro che a simboleggiare l’enorme importanza che la religione
cristiana ha avuto storicamente, eticamente e culturalmente per quelle nazioni,
esattamente la stessa funzione che dovrebbe avere in Italia il crocifisso nelle
scuole e nei luoghi pubblici. Ma se per i vicini europei questi concetti sono
basilari ed assodati, e non rappresentano un problema, per gli italiani, oggi
purtroppo ridotto ad essere un popolo senza memoria, non si riesce ad andare
oltre al banale e preoccupante binomio secondo cui il crocifisso è uguale a
religione cristiana, e niente altro di più, il che denota una banalità ed
un’ignoranza a dir poco tragiche se si considera che il nostro è il Paese
europeo più di ogni altro forgiato dalla cultura cristiano-cattolica. E se
quattordici sono i Paesi europei recanti la croce sulle bandiere nazionali, mi
sembra opportuno chiarire il significato della stessa bandiera dell’Unione
Europea, un vessillo, quello delle dodici stelle disposte a cerchio in campo
azzurro, che porta impresso il marchio del cristianesimo. Contrariamente a
quanto erroneamente si pensi, le dodici stelle non indicano né il concetto di
perfezione né tantomeno il numero dei Paesi membri, dato che nel 1955, l’anno
d’adozione della bandiera, i Paesi membri ne erano solo sei e tali rimasero fino
al 1973. Dunque, sia i colori, che i simboli, sono ripresi dall’Apocalisse
biblica in cui compare la Madonna con in capo una corona di dodici stelle,
dodici come i figli di Giacobbe, dodici come le tribù di Israele, dodici come
gli apostoli di Gesù. Non a caso la bandiera venne inaugurata l’8 dicembre,
giornata in cui la Chiesa Cattolica celebra l’Immacolata Concezione. Le
motivazioni della scelta furono ampiamente esposte sia dallo stesso designer
della bandiera, il cattolico francese Arsène Heitz, sia dai padri fondatori
dell’Unione Europea, tre presidenti cattolici, il francese Schumann, il tedesco
Adenauer e l’italiano De Gasperi. Essi, infatti, dopo gli orrori della Seconda
Guerra Mondiale, ritenevano indispensabile nella ricostruzione dell’Europa
partire da quei valori cristiani di altruismo, fratellanza ed unità, di cui
Maria fu il simbolo garante per gli apostoli e per la cristianità tutta.
Oltretutto, come si può parlare di rimozione del crocifisso dalle aule quando i
supremi organi rappresentativi della Nazione come Governo, Ministeri e
Parlamento hanno tutti sede in antichi palazzi papali recanti stemmi, statue e
affreschi celebranti la storia della Chiesa? Si è sempre detto che il Quirinale
è “la casa degli italiani”. Ebbene questa casa degli italiani, provvista di
cappella privata, presenta un portale di ingresso sormontato da una loggia con
tanto di marmorea Vergine con Bambino, reca la bandiera nazionale e lo stemma
presidenziale su di un campanile con tanto di croce e il nostro stesso
Presidente della Repubblica rivolge discorsi alla nazione seduto su di una
poltrona decorata con le chiavi di San Pietro. Tutto ciò perché la nostra stessa
amata Capitale vive dell’eredità di oltre mille anni di governo temporale dei
papi. Ma anche un’antipapista garibaldino come Goffredo Mameli non esitò a
scrivere quel “Canto degli Italiani”, divenuto poi Inno nazionale, in cui
compaiono espressioni come “ché schiava di Roma Iddio la creò” e anche
“uniamoci, amiamoci; l’unione e l’amore rivelano ai popoli le vide del Signore;
giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può?”. Si
potrebbe dire benissimo che un Paese laico dovrebbe garantire a ciascun
cittadino ateo o non cristiano di poter cantare il proprio inno nazionale senza
doversi rivolgere né al Signore dei cristiani né in un Dio nel quale non crede,
ecco che quindi l’unica soluzione sarebbe cambiare anche l’inno nazionale. Ma è
legittimo che per non accettazione di quell’idea di Dio, che ormai fa parte
della storia del mondo, dobbiamo distruggere tutto ciò che da essa nasce o a cui
si riferisce? Anche io sono atea, ma voglio ribadire che l’ateismo non ha nulla
a che vedere con l’antireligiosità. Antireligiosità ed anticlericalismo fanno
oggettivamente rima, anche da un punto di vista etimologico, con intolleranza,
prepotenza, in una solo parola: nazi-fascismo. Per questo non mi pongo mai nei
riguardi della religione con indifferenza, che sarebbe sinonimo di
superficialità, né con preclusione o preconcetto, ma mi limito ad ascoltarne il
messaggio e a valutarne la positività, qualora essa vi sia. E ben venga se
l’Italia e l’Europa hanno avuto la fortuna di esser state forgiate sui quei
valori di una religione così solidale e filantropica come il Cristianesimo.
Farei alquanto tristezza se mi rifiutassi di cantare quell’inno nazionale perché
si rivolge ad un Dio nel quale non credo e poi ignorando quello splendido
messaggio cristiano di fratellanza e unità che ha dettato le parole a Goffredo
Mameli.
II crocifisso, infatti, non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine
della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza
fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il
mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?
II crocifisso non genera nessuna discriminazione. È muto e silenzioso. C’è stato
sempre. Per i cattolici, è un simbolo religioso. Per altri, può essere niente,
una parte del muro. Per tutti, invece, implica solo una riflessione sulla storia
italiana e sui valori condivisi della nostra società, presenta una valenza
formativa e può e deve essere inteso sia come il simbolo della nostra storia,
identità e cultura, sia come simbolo dei principi stessi di libertà, uguaglianza
e tolleranza. E infine per qualcuno, per una minoranza minima, o magari per un
solo bambino, può essere qualcosa di particolare, che suscita pensieri
contrastanti. I diritti delle minoranze vanno rispettati; ma riflettiamo.
Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi
gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non
era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è
accaduto a milioni di ebrei nei lager? II crocifisso è il segno del dolore
umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che
pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non
esistono altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano
destino. II crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù
Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente
l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla
croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l’idea di Dio ma
conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e
martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di
loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li
rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno
aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli: tutti, ricchi e poveri,
credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di
lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la
solidarietà fra gli uomini. E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati
per la propria fede o ideali, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un
bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola perché la
croce non discrimina nessuno senza negare prima sé stessa.
Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare
sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di
croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è
impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici,
portiamo o porteremo il peso di una sventura, versando sangue e lacrime e
cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo
ai cattolici. Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere
laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero
ugualmente. Ha detto “ama il prossimo tuo come te stesso”. Erano parole già
scritte nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione
cristiana. Sono la chiave di tutto. Sono il contrario di tutte le guerre. Il
contrario degli aerei che gettano le bombe sulla gente indifesa. Il contrario
degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate
nelle strade. Il contrario di ogni male, il più grande inno alla pace. Questo è
il grandioso significato universale della croce, ecco perché quel crocifisso
merita di essere esposto e difeso, sempre ed ovunque, da tutti
(Copincollato dal blog di Luciano Casella )