v-day after
UNA QUESTIONE DI LIBERTA'
di Calogero
10 settembre 2007 - Il dibattito fra i pro e i contro il V-day l'ha vinto già Grillo, su questo non ci sono dubbi: è lui che è riuscito a farne parlare, perfino in Parlamento, perfino in questo mio sito e con quanto spazio!... Ed è lui che adesso il popolo identifica ne "il taumaturgo" della malattia italiana. Storicamente, chi ha sempre attaccato la "partitocrazia" è stato Marco Pannella; ora sento questa parola in bocca ai Masaniello. Il leader radicale che s'è fatto scippare lo slogan sarà pure depresso dalle mutazioni interne ed esterne al suo gruppo; però la dignità ha sempre impedito a Pannella di costruire uno show spacciandolo per proposta politica; e lui magari non sa neppure costruirsi un blog dal quale arringare e chiamare a raccolta.
Io lo pensavo allora con Giacinto, lo penso oggi con Beppe: ma davvero potremmo fare a meno dei partiti? Davvero i partiti sono il cancro della politica?
Anche qua, penso che la miglior cosa sia essere relativisti. Certi modi di fare partito non va assolutamente bene; ma questo non implica che bisogna "distruggere" (per usare l'invereconda espressione di Grillo) i partiti: quando sono leali e trasparenti, essi sono la colla della democrazia, il riferimento più efficace dei bisogni della gente. Ma è ingiusto ed è sbagliato buttare i partiti perché qualche partito è da buttare, perché certi sistemi sono sclerotizzati e vanno rinfrescati e migliorati. Annullare i partiti significherebbe innescare l'antipolitica.
E li vorrebbero sostituire con che cosa, di grazia?, forse con quel popolo detto equivocamente "società civile" che si dissotterra ciclicamente quando non si sa bene come andare avanti? Nel 2002 Nanni Moretti salutò "i girotondini" con un chiaro e significativo <<Non perdiamoci di vista>>. Ma poi proprio lui l'abbiamo perso di vista; e con lui sono tornati quiescenti nomi anche prestigiosi che si sentivano allora, come Marco Rizzo, Tana de Zulueta, Nando dalla Chiesa, Oliviero Diliberto, Paolo Flores d'Arcais, e a Napoli Pecoraro Scanio, Bassolino ed Elena Coccia. Quelli erano i tempi di Berlusconi, che costituiva un bello e grosso bersaglio della sinistra anche generica che serpeggiava tra i girotondini; c'erano le questioni aperte delle censure Rai, con Santoro, Biagi e Luttazzi tagliati fuori; e varie altre amenità che però davano di che mordere al movimento. Nel 2002 Grillo si interessava invece di critica tecnologica fuori i cancelli della Fiat Mirafiori, e ovviamente faceva spettacoli per l'Italia. Lui Berlusconi lo attaccava, se lo attaccava, dai teatri e non dalle piazze. Come poteva pensare che l'ecologia fosse una priorità rispetto all'Italia governata da Berlusconi, da Fini e da Bossi, per me rimane un mistero. Eppure proprio questo faceva.
Cos'è cambiato nel 2007? Intanto, anche quella sinistra girotondina adesso in qualche modo è al potere; e questa novità inaspettata, comprensibilmente sconcerta i nostalgici della protesta, gli "anti" senza se e senza ma. Ma direi che nel 2007 abbiamo scoperto che il popolo quiescente, chiamiamolo girotondino una volta e grillino un'altra volta (tanto fa lo stesso), è lì pronto alla bisogna. Quel milione scarso di italiani molto eterogenei, diciamo di sinistra ma di una sinistra pasticciata che accetta sessantottini e fricchettoni, radicali e non-votanti, di italiani sostanzialmente delusi da precedenti esperienze qualunque esse siano state, si alza dalle poltrone, scende in piazza e... no, non per manifestare, non per scontrarsi coi celerini, non per gridare: ma per firmare. Abbiamo ridotto la tensione della protesta a una parata di notai. Questo popolo che non sa imporre la propria rabbia, ascolta disciplinatamente le messe cantate del guru di turno; questo popolo è silente, è educato, è vestito casual ma senza l'eskimo. Sono più giovani di una volta, certo. Ma questo non sarebbe confortante se quei giovani, figli di sinistroidi mansueti e addomesticati, sapessero soltanto applaudire a comando e confondere un pifferaio con un divo del rock.
Può "scoppiare" questo eterogeneo popolo, come minaccia virtualmente il suo capopolo dal suo spazio virtuale? Io credo di no, che non può e non vuole scoppiare. Non vuole scoppiare così tanto come vorrebbe il capopolo; ma nemmeno potrebbe: una persona che per orgoglio rifiuta la politica non sa fare politica, non vuole fare politica. E allora cosa ci fa in quelle piazze? Qualcuno dice per esprimere partecipazione, tirando in ballo il "Dialogo tra un impegnato e un non so" di Giorgio Gaber (libertà è partecipazione, 1972) senza sapere, senza capire, che è iniquo ed è offensivo chiamare partecipazione la massificazione. Le vere piazze, quelle che frequentavamo noi sessantottini, noi davvero partecipativi, noi che ci portavamo appresso il cervello, erano piazze aperte, senza pulpiti da cui ascoltare predicatori. Le nostre piazze erano orizzontali rivolte a ognuna delle nostre coscienze, non verticali rivolte ad una sola faccia da guardare. Noi facevamo politica colta ed eroicamente costruttiva; forse sbagliando, esagerando, ma con sincerità e passione.
Grillo invece fa una politica terra-terra, di quelle che non ci vuol niente a capire, di quelle che entrano nell'immaginazione ma non nella testa. Una politica a suon di battute, di incazzature da avanspettacolo, di frasi a effetto, di colpi di teatro. Una politica eroicamente distruttiva. Grillo è uno di noi, quando saliamo in autobus e improvvisiamo comizi contro il traffico, quando al mercato bisticciamo sull'aumento dei prezzi, quando guardiamo la tv e sparpagliamo commenti acidi a destra e a manca. Del resto, in un paese in cui le inchieste le fa il Gabibbo, oramai ci vuole giustappunto un comico per superare le barriere del menefreghismo e dell'aridità politica su cui si arroccano troppi italiani; perché lui le supera, sì, ma facendo il buffone di corte, schierato con, addosso, dentro il popolo: la sua è più di una difesa, è una collusione col popolo. E come un buffone che si rispetti, Grillo attacca la Corte, il Re, il Potere; ma lo fa con l'accorta e occulta cautela del pavido, sbeffeggiandone i limiti, additandone gli errori, spalancandone gli armadi pieni di scheletri. Ben diverso sarebbe transitare dal "dover fare" al "come fare". Grillo ci dice che dobbiamo fare delle cose, per esempio cacciare i politici condannati. D'accordo: ma come? Con la moscia, salottiera verve di una firma? Facendo finta che non esistano i meccanismi della politica, le logiche, le strutture, i sistemi? Distraendoci dall'analisi di correttezza e di efficacia delle nostre azioni?
Grillo non convince chi, oltre al cuore, nella politica vuole metterci la ragione. Lui, figlio di un ricco pastaio, amante di Ferrari e proprietario di ville, è curioso che si venda per comunista rigoroso lanciando moralismi agli "intellettuali col cuore a sinistra e il portafogli a destra". Questo modo di fare, pur rimanendo sulla linea del "parlare al popolo come il popolo", contiene inganni e mezze verità che quel popolo non merita. E poco importa se l'8 settembre avesse o meno attaccato la memoria di Marco Biagi; la cosa importante è che sarebbe stato ignobile attaccare la Legge 30 facendo allusioni cattive a chi ne ebbe la paternità. Ignobile e irrazionale, giacché la politica corretta attacca le idee non chi le esprime. Ma evidentemente nei teatri è al contrario, il buffone se la prende con le deformità della vittima, con la sua balbuzie, con i suoi foruncoli pelosi, e non con quello che dice: sennò la gente non ride.
Ma le perplessità maggiori vengono fuori proprio dalla proposta-cardine grilliana: estromettere dalla politica i pregiudicati. Certo, detto così fa impressione: "pregiudicato", specialmente in Italia, è un suono ansiogeno, quanto "pedofilo". E così come sotto "pedofilia" si equiparano imprudentemente i pornografi e i pedo-omicidi, allo stesso modo si accoppia il pregiudicato assassino col guardone e il ladro di polli. Ma quanto è saggia un'idea che usa la falce per tranciare tutto? E il popolo, questo popolo che di volta in volta diventa consumatore o pubblico, elettore o cittadino, a seconda delle convenienze dei pifferai, lo si deve assecondare nei bassi istinti e nelle reazioni istintive o se ne deve in qualche modo promuovere e favorire la crescita culturale e libertaria? Eh sì, perché siamo giustappunto di fronte a una questione di libertà: da un lato l'esigenza evolutiva di contrapporsi alla logica del vietare, del proibire, del negare, del censurare; dall'altro quella di risolvere i malumori della gente, ad arte titillati o meno che siano.
Purtroppo la libertà è una "brutta" bestia. Ma non una bestia da palcoscenico. La libertà nasce con noi, è una nostra caratteristica inalienabile. Quindi nessuno può "dare" libertà a un altro, perché quell'altro la libertà già ce l'ha; né è possibile levargliela, ammenocché non ci si accontenti della libertà fisica. Non ha senso sentir dire "ti do la libertà di...." e non ha senso che si dica "ti vieto di...".
L'errore strategico, culturale e personale di Grillo e dei grillini è tutto qua: non avendo apprezzato le proprie libertà, non riconoscendone l'ampiezza e la profondità, godono nel sottrarle agli altri. Le "scuse" sono buone, non dico di no: un Parlamento più pulito, la difesa della legalità, l'orgoglio di sottostare a princìpi condivisi. Ma cosa significa tutto ciò, nel concreto? Davvero i grillini pensano che questi siano i problemi? Chi non è libero non può avere una chiarezza di visuale ottimale, e per questo i grillini hanno tutta la mia solidarietà. Ma i problemi sono altrove: risiedono in una società ancora profondamente attaccata ai valori arcaici delle catene di comando e delle soggezioni, sono nell'idea che si sappia sempre e comunque cos'è il bene e cos'è il male; stanno nella pretesa di uniformare e universalizzare la Giustizia che invece è vincolata ai posti, ai tempi e alle idee; i problemi stanno nell'ottusità aggressiva dell'Uomo, che si adopera sempre e solo a contrastare, correggere, battere, isolare e punire una e una sola entità: gli "altri".