Detenzioni pericolose
Vangeli
racconti di fantasia
scritti da chissà chi
e chissà quando
Dal sito di Salvatore Poma, un'interessante analisi sulle molte incongruenze che rendono i cosiddetti Vangeli canonici nulla più che libri fantasiosi scritti da chissà chi e in tempi molto distanti.
Giovanni
Il presunto apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo e
fratello di Giacomo, pescatore del lago di Tiberiade, secondo l'immagine
trasmessaci dal vangelo, era un semplice popolano. A quel tempo le classi colte
di Israele, farisei e sadducei, definivano quelli come lui ame ha aretz,
ovverosia contadini e manovali ignoranti e analfabeti, il cui rispetto delle
regole ebraiche di purità religiosa, spesso, lasciava a desiderare.
Ebbene, secondo quanto leggiamo nel vangelo, egli avrebbe fatto molte cose che
contrastavano palesemente col suo stato di ame ha aretz. Doveva essere un
individuo introdotto nell'ambiente del tempio di Gerusalemme, cioè conosciuto e
fidato ai sinedriti e alle guardie, al punto che, durante l'episodio
dell'arresto di Gesù, si sarebbe potuto permettere di lasciar entrare nel
cortile lo stesso Pietro. In realtà, Giovanni era giovanissimo, era un cittadino
della Palestina settentrionale, era un pescatore analfabeta; come avrebbe potuto
essere un personaggio introdotto e conosciuto nell'ambiente strettamente
elitario del tempio?
Giovanni avrebbe dovuto scrivere il quarto vangelo da vecchio, oltre gli ottant'anni.
Nel frattempo avrebbe dovuto emanciparsi al punto da imparare a scrivere in
lingua greca letteraria, ed avrebbe dovuto acquisire una cultura filosofica
coerente con la teoria ellenistica del Logos. E poi, soprattutto, avrebbe dovuto
sopravvivere fino a quell'età, mentre varie fonti letterarie, persino una
profezia in bocca a Gesù nelle narrazioni evangeliche, testimoniano che egli fu
giustiziato prima di raggiungere la vecchiaia.
Insomma, non c'è niente che si regga in piedi nella attribuzione della paternità
del quarto vangelo all'apostolo Giovanni. Considerazioni simili valgono anche
per l'evangelista Matteo, il pubblicano chiamato Levi. Anche di lui dobbiamo
seriamente dubitare che avrebbe potuto mettersi a scrivere quel testo greco, che
oggi figura come "vangelo secondo Matteo", ed è il primo nella lista dei quattro
scritti canonici. A dir la verità, se l'argomento non fosse complicato dal fatto
di riguardare delle questioni così delicate, come i presupposti di una dottrina
religiosa, qualunque studente del ginnasio, dopo avere dato un'occhiata ai testi
evangelici, escluderebbe a priori che i loro autori possano essere degli ebrei,
con le caratteristiche umane e culturali degli apostoli Matteo e Giovanni.
Matteo
I nostri quattro vangeli canonici sono stati scritti:
in greco,
non da testimoni oculari dei fatti narrati,
da non ebrei,
da conoscitori approssimativi delle usanze ebraiche,
per un pubblico non ebreo,
Vi sono innumerevoli e grossolane incongruenze fra le diverse narrazioni o,
addirittura, all'interno della medesima narrazione, il che mostra come l'autore,
ogni tanto, non aveva la più pallida conoscenza dei fatti e delle circostanze su
cui stava scrivendo. Oltre lo stile, la lingua, i contenuti, fra i quali anche
pregiudizi fortemente antisemitici. Infatti secondo la narrazione attribuita
all'ebreo Matteo, i romani sarebbero stati del tutto innocenti della morte di
Gesù. L'autore, invece, vuole enfatizzare con grande incisività l'infamia del
suo popolo: egli dichiara che questa colpa gravissima, l'assassinio del figlio
di dio, è da addebitare completamente agli ebrei. Addirittura questi avrebbero
deciso di assumersene la responsabilità e di sopportarne le conseguenze:
"Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre
più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: "Non sono
responsabile, disse, di questo sangue; vedetevela voi!". E tutto il popolo
rispose: "Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli". (Mt XXVII,
24-25)
Insomma l'ebreo Matteo avrebbe deciso di gettare le
basi del plurisecolare antisemitismo cristiano. Come potremmo, infatti,
dimenticare le nefaste conseguenze di questa infelicissima frase del vangelo?
Essa ha trasformato la discendenza di Abramo in una genia di perfidi giudei,
marrani, deicidi... disprezzati, discriminati, perseguitati e sterminati per
secoli nell'Europa cristiana. È un po' tardivo l'attuale ripensamento dei
cristiani nei confronti della loro bimillenaria ostilità antiebraica, solo
l'ipocrisia potrà cancellare quella frase più che esplicita dal vangelo secondo
Matteo e fingere che il cristianesimo non sia nato con un cromosoma antisemita.
In alcuni brani l'autore dà praticamente ad
intendere di non avere mai messo piede in Palestina e di non conoscere alcune
caratteristiche fondamentali della condotta ebraica. Ad un certo punto compare
un branco di maiali, come se nelle fattorie questi animali fossero comunemente
allevati, solo che l'ambientazione del racconto non è la campagna laziale, ma
quella giudea, e l'autore sembra dimenticare che gli ebrei non avrebbero mai
toccato e tanto meno allevato o mangiato un maiale. Anche il racconto del
processo a Gesù tradisce la più totale ignoranza delle leggi giudiziarie
ebraiche. Mai si sarebbe potuta pronunciare una condanna a morte in quelle
condizioni, dopo un incontro informale nel luogo non preposto, di notte, senza
rispettare i tempi, senza testimoni regolari.
Nelle intenzioni dell'autore lo scritto era destinato a lettori che non
appartenevano alla comunità giudaica, è dimostrato dalle parole di Gesù nel
corso dell'ultima cena. Tutta la circostanza è una evidente distorsione
intenzionale, in senso gentile, ovverosia non ebraico, del pasto comunitario di
stampo esseno. Quando mai Gesù, ammesso che abbia mai voluto produrre elementi
teologici non strettamente compatibili con l'ortodossia ebraica, avrebbe scelto
proprio una immagine così apertamente ripugnante alla sensibilità religisa
ebraica? Infatti un Messia che, dichiarandosi incarnazione del dio (prima
incompatibilità), avesse offerto in pasto ai discepoli la propria carne e il
proprio sangue (seconda incompatibilità), quale vittima sacrificale, in modo del
tutto simile ai riti iniziatici dei culti di Attis, di Mitra, del Dioniso greco
(terza incompatibilità), avrebbe commesso un sacrilegio abominevole e sarebbe
riuscito soltanto a suscitare nei suoi seguaci ebrei un insopportabile orrore;
mentre varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico, cui Roma non era
estranea, contemplavano questo rito teofagico, e non avevano alcun genere di
pregiudiziale nei suoi confronti.
Ora dobbiamo notare che la tradizione cristiana
trascura completamente il fatto che la letteratura evangelica è, in realtà, una
costellazione molto ampia di scritture, nello spazio e nel tempo, e che i nostri
quattro vangeli canonici non sono certo i primi, in ordine cronologico, ad avere
visto la luce. È assolutamente obbligatorio non dimenticare che i vangeli detti
giudeo-cristiani, ovverosia il vangelo degli Ebrei, il vangelo degli Ebioniti,
il vangelo dei Nazareni, di cui ci parlano con disprezzo i padri della chiesa
Ireneo, Epifanio, Eusebio di Cesarea, Teodoreto, esistevano in lingua ebraica o
aramaica, prima che fossero composti in greco i nostri quattro testi canonici, e
che è stata senz'altro la chiesa dei primi secoli a "provvedere" alla loro
eliminazione dalla faccia della terra. Così come ha provveduto alla eliminazione
degli scritti gnostici, molti dei quali, però, ci hanno fatto la sorpresa di
ricomparire dalle sabbie assolate dell'Egitto centrale.
Ovviamente, se alcuni apostoli fossero stati autori dei testi evangelici, li
avrebbero redatti in ebraico o aramaico, e noi dobbiamo pensare che solo gli
scomparsi testi giudeo-cristiani potrebbero eventualmente ambire ad una tale
paternità. I suddetti padri della chiesa ci informano, nei loro scritti
apologetici, che...
"...nel vangelo che essi (gli Ebioniti) usano, detto "secondo Matteo", ma non
interamente completo, bensì alterato e mutilato, e che chiamano "ebraico"...
hanno tolto la genealogia di Matteo...". (Epifanio, Haer., XXX, 13, 6).
Sembra, pertanto, che i vangeli giudeo-cristiani
non contenessero i racconti della natività, che invece sono presenti nel canone
neotestamentario, nei testi detti secondo Matteo e secondo Luca. Ora noi
vedremo, in uno dei capitoli di questa ricerca, che l'analisi delle incongruenze
tra i due racconti, nonché l'analisi storica dei medesimi, ne svela il carattere
assolutamente leggendario e questo ci aiuta a comprendere che i quattro vangeli
canonici sono stati scritti da autori che hanno usato come fonte i testi
giudeo-cristiani, ma che hanno operato arbitrariamente tagli, aggiunte e
modifiche, affinché da questo lavoro scaturisse ciò che a loro interessava. Essi
hanno creato in tal modo una base scritturale per l'ideologia neo-cristiana,
originatasi da una profonda revisione del pensiero messianico originale, di
stampo esseno-zelota, che aveva caratterizzato l'ideologia di Gesù e dei suoi
seguaci. Questa dottrina era stata rinnegata inizialmente da Shaul-Paolo e da
alcuni suoi discepoli, prima della distruzione di Gerusalemme, e poi da quanti
avevano abbracciato l'ideologia paolina, dopo la distruzione di Gerusalemme.
Anzi, è proprio da parte dei seguaci di Shaul-Paolo che furono redatti,
assolutamente non prima della distruzione di Gerusalemme, i vangeli della
tradizione sinottica, cioè quelli che noi conosciamo come secondo Matteo,
secondo Marco, e secondo Luca.
Ora, sebbene la tradizione neotestamentaria ce li presenti sempre nell'ordine
Matteo - Marco - Luca, è innegabile che, dei tre, il primo a vedere la luce è
stato quello secondo Marco. Lo afferma anche l'esegesi cattolica e ciò è dovuto
ad una semplice constatazione strutturale:
È il materiale di Marco che entra a far parte della redazione di Matteo e di
Luca, e costoro aggiungono nuovo materiale, sia comune ai due, sia esclusivo.
Pertanto i redattori di Matteo e di Luca hanno utilizzato il testo marciano come
base. Su questo hanno aggiunto due natività e due genealogie che, però, sono
completamente discordanti, e questo dimostra che essi hanno operato
indipendentemente senza sapere nulla l'uno dell'altro, sentendosi così liberi di
"inventare" ciò che a loro interessava maggiormente. Il Gesù della natività di
Matteo ha la dignità di un re, figlio di una dinastia di re, perseguitato in
quanto aspirante re da Erode il Grande. Il Gesù della natività lucana ha la
dignità di un sacerdote, figlio di una dinastia di sacerdoti, e non subisce
alcuna persecuzione da parte di Erode che, secondo la cronologia lucana, è già
morto e sepolto da undici anni!
Marco e Luca
Ebbene, il redattore del vangelo di Marco (chiamiamolo pure Marco) era,
probabilmente, una persona che aveva conosciuto bene Paolo, ha scritto in lingua
greca, a Roma, per i neo-adepti non ebrei di una giovane disciplina religiosa
che non esisteva in Palestina, né avrebbe potuto esistervi, per le ragioni che
abbiamo appena illustrato a proposito delle sue pregiudiziali antisemitiche e
dello stampo pagano di certi suoi contenuti teologici.
Quando avrebbe scritto questo testo greco il discepolo di Paolo che concordava
in pieno con la revisione antimessianista del suo maestro? La risposta, per
ragioni che vedremo subito, è una sola: assolutamente dopo la importante
sconfitta degli ebrei che, nel 70 d.C., vide la distruzione di Gerusalemme e del
suo tempio saccheggiato da Tito, nonché l'inizio di una penosa e lunga diaspora.
La pretesa di certi studiosi di datare la redazione di questo documento agli
anni 50-60 o, dopo la scoperta del celebre frammento 7Q5 nella biblioteca di
Qumran, addirittura agli anni 40 è totalmente priva di fondamento. Anzi, se
analizzata in tutti i suoi aspetti, solleva problematiche che finiscono per
smentire ciò che i suddetti studiosi si ostinano a sostenere. Quel frammento con
poche sillabe, in cui qualcuno vede le tracce di una frase del vangelo di Marco,
se nasconde veramente quella frase, obbligherà il mondo cattolico a rispondere a
due domande fondamentali:
- che ci faceva una frase del vangelo di Marco nella biblioteca di quella setta,
rigidamente ebrea e rappresentante di un estremo fondamentalismo messianico,
della quale il mondo cattolico si è sempre affrettato a dire che non aveva
niente a che fare coi cristiani primitivi?
- siamo sicuri che quello è proprio il vangelo di Marco, tale e quale allo
scritto che oggi figura nel canone neotestamentario, o non si tratta piuttosto
di una delle fonti a cui hanno fatto riferimento i redattori dei nostri vangeli
canonici?
Le cose stanno così: non si può dire che il vangelo di Marco è entrato a far
parte, per qualche strana ragione, della biblioteca qumraniana; bensì, al
contrario una frase di un documento qumraniano, o comunque di un documento
accettabile nell'ambiente quamraniano, è entrata nel vangelo di Marco.
Ragioniamo sulla verosimiglianza della prima ipotesi. Se essa fosse vera
significa che Marco, un seguace del movimento cristiano primitivo, mentre si
trovava a Roma, verso gli anni 40-50, decise di redigere il suo Vangelo in
greco, dopodiché, con molta rapidità, il documento giunse in Palestina e i
Qumraniani, che coi cristiani e coi romani non avrebbero avuto nulla a che fare,
decisero che quel documento era un buon pezzo da collezione e lo inclusero nella
loro biblioteca, sebbene fossero soliti conservare gelosamente solo i documenti
settari coerenti con la loro ideologia strettamente ebraica e fondamentalista.
È una interpretazione che fa ridere al solo pensarla per scherzo. Se invece
ragioniamo sulla seconda ipotesi, ci accorgiamo che niente è più verosimile
dell'idea che i documenti del giudeo-cristianesmo primitivo, di cui i qumraniani
sarebbero stati testimoni, siano stati usati da Marco come fonte, sebbene con
estrema libertà, e che alcune parole di essi si possano leggere, oggi, nel
vangelo di Marco.
Affrontiamo ora il problema tecnico della datazione del vangelo di Marco. Per i
lettori non informati sulle vicende storiche della Palestina nel primo secolo è
necessario fare una premessa. Essa riguarda la spaventosa guerra che vide ebrei
e romani gli uni contro gli altri armati dal 66 al 70. La guerra era nata da una
lunga serie di questioni fra cui il fatto che una parte consistente della
società ebraica, quella sensibile alle istanze dei messianisti, credeva che
fosse giunto il momento di riscattare finalmente Israele dalla sua lunga
condizione di sottomissione alle potenze straniere e pagane. I messianisti, in
particolare, erano spinti a ciò dalla convinzione che lo stesso dio di Israele
avrebbe guidato le sorti di questo scontro, facendolo concludere con la vittoria
degli ebrei, la liberazione della nazione, la purificazione della società
giudaica da tutti coloro che si erano compromessi col mondo pagano, la
ricostruzione del regno di dio (Malkut YHWH), inteso in senso
politico-religioso, la restaurazione della dinastia davidica sul trono, nella
persona di un Messia annunciato dalle profezie, la restaurazione di una degna
casta sacerdotale.
Le cose non andarono come speravano i messianisti [chrestianoi in greco]. Né
avrebbero potuto andare diversamente, non ostante l'ardore degli ebrei, perché
Israele di fronte a Roma era come una formica armata di fanatismo religioso di
fronte ad un elefante armato di proboscide e di zampe da tre quintali l'una.
Gerusalemme subì un tremendo assedio da parte delle legioni di Tito, allora
figlio dell'imperatore Vespasiano. Fu una delle pagine più atroci della storia
del genere umano. I cittadini morivano di fame. La gente si dava ad episodi di
cannibalismo. Alcuni fuggivano in cerca di cibo, ma venivano catturati dai
romani e crocifissi seduta stante di fronte alle mura della città. Lo spettacolo
era quello di un mattatoio trasformato in teatro degli orrori. Infine i romani
ruppero le difese e penetrarono nella capitale. Innumerevoli folle furono
passate a fil di spada. Alcuni storici stimano in un milione le vittime del
conflitto. Tutto venne distrutto e bruciato. Anche il tempio, il quale venne
preventivamente profanato dallo stesso Tito. Egli violò il sancta sanctorum dove
solo il sommo sacerdote poteva entrare, prelevò il candelabro a sette braccia e
il tesoro intero, poi lasciò che tutto fosse consumato dal fuoco. I superstiti
ebrei furono condotti in catene, come una genia sfortunata a cui rimaneva solo
un destino di schiavitù o di penosa discriminazione nelle terre straniere.
Giuseppe Flavio ci ha raccontato di quei terribili mesi con drammatico realismo.
Ora, ai fini del problema della datazione dei quattro vangeli canonici, e in
particolare di quello di Marco, noi dobbiamo leggere attentamente i seguenti
brani dai medesimi:
(Mc XIII 1-4) Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: "Maestro, guarda
che pietre e che costruzioni!". Gesù gli rispose: "Vedi queste grandi
costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta" Mentre era
seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e
Andrea lo interrogavano in disparte: "Dicci, quando accadrà questo...".
(Mc XIII 14-19) Quando vedrete l'abominio della desolazione
stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano
nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per
entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a
prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in
quei giorni! Pregate che ciò non accada d'inverno; perché quei giorni saranno
una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da
Dio, fino al presente, né mai vi sarà.
(Mt XXIV 1-3) Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono
i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse
loro: "Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su
pietra che non venga diroccata".
(Mt XXIV 15-22) Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò
il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda - allora quelli
che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a
prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a
prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in
quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato.
Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del
mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati,
nessun vivente si salverebbe.
(Lc XIX 41-44) Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa,
dicendo: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma
ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi
nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni
parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra
su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata".
(Lc XXI 5-6) Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni
votivi che lo adornavano, disse: "Verranno giorni in cui, di tutto quello che
ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta".
(Lc XXI 20-24) Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate
allora che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella
Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e
quelli in campagna non tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta,
perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte
e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira
contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra
tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani
siano compiuti.
Di cosa stanno parlando i vangeli? Ci verrebbe da pensare che non esista una
persona al mondo che avrebbe il coraggio di negare che si stia parlando
dell'assedio di Gerusalemme da parte delle legioni di Tito, nonché del
successivo saccheggio del tempio e della distruzione della città col massacro
dei suoi cittadini. Ma la storia del mondo è storia dei paradossi e delle più
clamorose assurdità. E allora non ci meraviglieremo scoprendo che gli esegeti
cattolici hanno tutt'altra risposta a questa domanda. Essi interpretano le
seguenti parole del vangelo di Marco...
"lo interrogavano in disparte: "Dicci, quando accadrà questo" ... "Quando
vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge
capisca..."
con riferimento a tutt'altro episodio, che non è la distruzione del tempio da
parte di Tito. Per comprendere ciò è necessaria un'altra parentesi. Bisogna
sapere che l'espressione abominio della desolazione non è affatto una
originalità evangelica. Viene dal vecchio testamento (2 Mac VI, 2; Dn XI, 32) e
si riferisce alla profanazione del tempio che fu effettuata nel dicembre del 176
a.C., quando Antioco, a Gerusalemme, fece innalzare un altare a Giove Olimpo al
posto dell'altare dei profumi, nel cuore dell'area sacra. È questo l'abominio,
che diverrà espressione simbolica di tutte le profanazioni così gravi delle aree
sacre al culto dei giudei. Naturalmente quale profanazione può essere più
clamorosa di quella effetuata da Tito? Non solo egli profanò il tempio
saccheggiando il tesoro e gli arredi sacri, ma fece briciole di tutto. I brani
che abbiamo letto sono piuttosto espliciti: "...quando vedrete Gerusalemme
circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina...",
"...Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli;
Gerusalemme sarà calpestata dai pagani...". Coloro ai quali preme sostenere la
tesi che i vangeli canonici abbiano avuto una redazione precedente al 70 d.C.,
sono imbarazzati da queste affermazioni e si sono dati da fare per trovare un
possibile riferimento che sia compatibile con una datazione dei vangeli agli
anni 50 o, addirittura, agli anni 40. Ed ecco quello che hanno escogitato:
l'imperatore Caligola (37-41 d.C.), secondo quanto ci racconta Giuseppe Flavio
nella sua opera Guerra Giudaica...
"...inviò Petronio con un esercito a Gerusalemme per collocarvi le sue statue
nel tempio, dandogli ordine, se i giudei non le avessero volute introdurre, di
uccidere chi avesse voluto opporre resistenza...".
In effetti, poiché gli ebrei consideravano empia la rappresentazione della
figura umana, tanto più in aree sacre, né avrebbero mai accettato la presenza di
codeste insegne pagane nel tempio, si trattò proprio di una minaccia molto seria
di abominio della desolazione, col pericolo incombente di una inevitabile
rivolta e grandi fatti di sangue. Ma, ed è questo che conta, tutto ciò non è mai
avvenuto. Caligola, non solo non intendeva compiere alcuna distruzione del
tempio, ma non fece nemmeno a tempo a mettere in atto il suo piano oltraggioso
nei confronti degli israeliti; semplicemente egli morì prima che l'ordine
potesse giungere a compimento e tutti, tanto i giudei quanto i romani, furono
estremamente lieti di non dover affrontare l'incombenza di questa idea poco
geniale dell'imperatore, che avrebbe procurato senz'altro sofferenze e vittime
ad entrambe le parti. Addirittura lo stesso Petronio aveva insistito perché
l'imperatore rinunciasse al suo intento, immaginiamoci dunque quanto fu felice
di non doverlo mettere in atto.
Se rileggiamo i brani evangelici che abbiamo precedentemente citato possiamo
renderci conto che hanno una pesante carica drammatica, testimoniano un tormento
che non appartiene semplicemente al rischio, ma a qualcosa che è stato visto con
occhi ai quali non sono rimaste più lacrime per piangere. Essi parlano
dell'abbattimento delle mura, delle sfortunate madri che allattavano in quel
periodo, della città circondata da ogni parte, di coloro che erano nel campo e
che non sono tornati in città, di coloro che furono passati a fil di spada e di
quelli che furono condotti prigionieri fra popoli stranieri, di una tribolazione
grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo... Cos'è questo? Il pericolo mai
concretizzatosi delle statue di Caligola nell'area del tempio? Qui si sta
parlando dell'esito nefasto del terribile assedio dell'anno 70, e di tutte le
sue conseguenze.
Ed è proprio perché i vangeli canonici ne parlano con immagini così pulsanti e
drammatiche, primo fra tutti il vangelo di Marco, che noi possiamo essere certi
che la loro redazione è un evento che segue nel tempo la tremenda disfatta
subita dagli ebrei nel 70. Non solo la segue nel tempo, ma ne è un suo
corollario ideologico, perché questa vicenda fondamentale nella storia degli
ebrei e del movimento messianico fondamentalista, che voleva ricostruire il
regno di dio dopo avere ripulito la casa di Israele dentro e fuori (ovverosia
dagli stranieri pagani e dagli ebrei corrotti), convinse ancor più i
revisionisti della corrente di Paolo che il messianismo tradizionale era un
fallimento sancito dalla storia e che la via da seguire era quella della
salvezza spirituale, non quella della salvezza nazional religiosa di Israele, di
cui, invece, l'aspirante Messia giustiziato da Pilato era stato l'eroe e il
martire.
Forse era già tragicamente concluso anche l'episodio della resistenza degli
esseno-zeloti asserragliati a Masada (nel 73), quando Marco mise mano alla penna
e tradusse in narrazione scritta l'ideale di un salvatore assai più simile al
Soter dei greci, al Saoshyant dei persiani, al Buddha e al Krishna degli
indiani, che non al Mashiah degli ebrei. Anzi, gli ebrei, e non i romani, erano
i "cattivi" della situazione e questo salvatore, invece che un carismatico rabbi
giudeo sembrava piuttosto uno ierofante dei culti iniziatici ellenici, che
resuscitava come Attis e come Mitra, dopo tre giorni passati agli inferi, e
offriva ai fedeli, come pasto sacrificale, il sangue e la carne del dio
incarnato.
Esistevano altri vangeli redatti negli anni 40 o 50, verosimilmente da discepoli
o testimoni oculari dei fatti. Ma non sono quelli che i cristiani leggono nel
presente. Sono quelli che i cristiani hanno eliminato nel passato.