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Via Foria aria di casa mia

Via Foria è stata voluta e creata dai Borboni per avvicinare la capitale agli opifici e alle fabbriche che si erano sviluppate in terra di lavoro.

Era la strada utilizzata per le parate militari e, sfociando nella salita della Doganella era, coerentemente con i fini per i quali era stata ideata, la via di comunicazione più moderna e funzionale per raggiungere la reggia di Caserta ed i setifici e le fabbriche di San Leucio.

È una strada estremamente larga per il tempo in cui è stata disegnata ed è circondata da palazzi gentilizi o da autentici tuguri.

Inizia con l'attuale Museo Archeologico, si articola in Porta San Gennaro, si impreziosisce con il palazzo di Castelcicala e con l'Orto Botanico e si conclude a Piazza Carlo III con il vanvitelliano e maestoso edificio dell'Albergo dei Poveri.

Sono affluenti di questo gran fiume strade e quartieri d’antica tradizione e di grandissimo fascino come la salita della Stella, i Vergini e la Sanità, il Borgo S.Antonio Abate e la via Michele Tenore meglio conosciuta come la salita di S.Maria degli Angeli dal nome della chiesa ivi costruita da Cosimo Fanzago.

Come tutte le cose di Napoli, cominciò a decadere col Regno d'Italia ed è finita, ai giorni nostri, in uno stato miserando di abbandono e di squallore.

I vecchi fabbricati gentilizi sono fatiscenti e l'Orto Botanico, la porta San Gennaro  e l'Albergo dei Poveri hanno conservato la sola dignità dei nobili decaduti: il nome.

Anche i vicoli che sfociano in questa grande arteria hanno perduto, poco a poco, il fascino dovuto all'arguzia, alla bonomia, alla tradizionale abitudine di fare teatro dovunque e comunque del popolo di Napoli per lasciare il posto quasi esclusivamente a fatti di sangue, ad episodi camorristici, a prevaricazioni e violenze.

Il vico Minutoli è un vicolo stretto che, partendo da via Giuseppe Piazzi, termina a via Michele Tenore.

Credo che Giuseppe Piazzi sia stato un astronomo, ma non ricordo dove ho letto o chi mi ha dato questa informazione e solo da poco tempo ho appreso che Michele Tenore è colui che ideò e realizzò l'Orto Botanico.

Questi due nomi però valgono ben poco per gli abitanti della zona che continuano a chiamare le due strade "Vico Saponari" e "Salita di S.Maria degli Angeli".

Sapunaro, in napoletano, vuol dire rigattiere e quindi, dal nome quasi premonitore, si può facilmente desumere il tipo di società, il livello culturale ed il grado di civiltà dei cittadini.

Fino agli anni cinquanta era una stradina tranquilla ove gli abitanti costituivano una vera comunità e si sentivano affratellati e partecipi dei problemi e delle vicende di tutti.

I "bassi" erano aperti alle prime luci dell'alba ed un popolo variopinto si riversava nella casa comune, sul palcoscenico del vicolo, e cominciava ad improvvisare la commedia giornaliera nella quale, con spontanea democrazia, i protagonisti cambiavano ogni giorno e dove il primo attore di oggi diventava comprimario il giorno dopo.

Neanche il mite inverno napoletano riusciva ad intaccare la granitica promiscuità di questa gente che viveva insieme, rideva insieme e soffriva insieme.

Chi aveva una "incartata" di pasta la divideva col vicino, l'olio di uno era l'olio di tutti ed i bambini e gli scugnizzi avevano cento madri e cento padri.

I commercianti erano oramai abituati a conti chilometrici da pagare... appena possibile, il pizzaiolo dava le pizze fritte con la ricotta con vaghe promesse di pagamenti legati a future ed ipotetiche fortune che sarebbero, in ogni caso, arrivate non prima d’otto giorni.

Il lattaio lasciava sempre il latte per i bambini e non faceva storie se il pagamento era rimandato a tempi migliori.

Non mancavano il "guappo", la prostituta ed il "femmenella", ma tutti avevano una loro logica collocazione ed una specifica funzione nel variopinto tessuto di una società antica e saggia, scanzonata e cialtrona, miscredente e, nel contempo, devota.

L’edicola sacra, raffigurante un’ingenua Madonna, era, infatti, abbellita da luci e fiori artificiali, ma i bisognosi ricorrevano, indifferentemente, sia a Lei che a don Giovannino all'angolo che godeva fama d’ineguagliabile guaritore e di potentissimo "jettatore".

Non era raro vedere al capezzale di un infermo l'immagine della Madonna, il Cuore di Gesù ed un gigantesco corno: i rimedi è meglio sperimentarli tutti!

Dal vicino Orto Botanico e dalle stradine che provenivano dai Pontirossi e da Capodimonte giungeva a folate un venticello lieve come un respiro che, con l'arrivo della primavera, portava profumi d’erba tagliata e di precoci viole misti all'odore salmastro che proveniva dalle spiagge nerastre per la sabbia d’origine vulcanica che per secoli il Vesuvio ha riversato nel golfo e sulla città.

Uno spettatore attento avrebbe potuto stabilire, dagli odori che si propagavano nel vicolo, cosa avrebbe mangiato don Vincenzino o che cosa donna Clorinda la "capera" stava approntando per la sera.

Ogni famiglia aveva le sue specialità, ogni "basso" il suo artista ed il popolino convinto non mancava di sottolineare tali virtuosismi.

Per anni ho sentito parlare, infatti, della pasta e piselli di donna Concetta, delle alici indorate e fritte di Carmelina, del ragù di Filomena "'a chiattona".

Ma oramai queste accademie di culinaria popolare, questi luoghi di culto per napoletani buongustai ed esigenti sono svaniti sotto l'incalzare delle scatolette, dei cibi precotti, della civiltà della fretta e della improvvisazione.

È scomparsa, travolta dai nuovi modelli di vita propugnati dai mezzi di informazione, la tradizione dell'assaggio e del giudizio cortigiano che premiavano il capolavoro fatto, con poveri, ma genuini ingredienti, dalle massaie di quei vicoli che erano la prima culla, la fonte delle prime esperienze, la terra in cui cominciavano a germogliare i "guagliuni" di Napoli.

Quei vicoli che stringevano tutti in un abbraccio, che avvolgevano tutti nel loro seno opulento di madre amorevole e sollecita, che come madre aspettavano il tuo ritorno quando la vita ti chiamava altrove.

Sono tornato anch'io.

La mia fanciullezza e la mia gioventù mi sono venute incontro assieme ad un angolo di vecchia Napoli ancora intatto.

Ho rivisto il basso con la bancarella dove comperavo i bomboloni e lo "strummolo", mi sono soffermato a lungo innanzi alla vecchia edicola con la bruna e scolorita Madonna e le anime del purgatorio circondate da fiamme lasciando una lauta offerta per compensare i lunghi anni nei quali sono stato tanto povero da non avere neppure i mezzi per ingraziarmi i Santi.

Sono salito, affannando, alla chiesa di S.Maria degli Angeli.

Sulla balaustra della scala c'è ancora il pezzo di ferro sporgente sul quale incappavo puntualmente quando, in barba alle esortazioni di mia madre, facevo le "sciuliarelle" rompendo decine di pantaloni.

Allora facevo la salita innumerevoli volte portando a spalla il pesante "carruocciolo"... e non affannavo...

La navata, che ricordavo enorme, mi è apparsa piccola e disadorna, le cappelle malandate, l'altare spoglio.

Sono uscito con tanta tristezza nel cuore: gli anni ridimensionano anche le opere di Cosimo Fanzago.

Non avrò il coraggio di ritornarci.

I ricordi, anche i più dolci, è meglio lasciarli tali perché il tentativo di farli rivivere riserba esclusivamente una cocente disillusione.

Ti accorgi di essere diventato troppo vecchio per sognare ancora.

Ma queste pagine ho voluto scriverle.

Per dedicarle ai miei compagni di un tempo, ai miei primi amori, alla mia gioventù ed alla società di un vicolo che mi ha ospitato nel suo materno grembo e che è stato per anni la mia casa.

Per gustare ancora un poco la dolcezza struggente della nostalgia e l'aspro sapore del rimpianto.

Per dire semplicemente, quasi timidamente, il mio grazie.

Franco Celentano

 

(fonte)