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Isabella Santacroce
« V.M. 18 »
Fazi Editore € 7.50 p. 491 Isbn 978-88-8112-827-3
In
questo libro troverete tutto il male, e lo schifo, e il turpiloquio, e
l’immoralità, e la depravazione che una mente umana può contenere. Isabella
Santacroce, l’autrice di cotanto letterario misfatto, si compiace del proprio
disumanissimo essere, se ne vanta, lo tratta come una gioia, una virtù benché di
segno opposto. Il libro, diciamolo subito, è un obbrobrio sul piano della
letteratura classica: non contiene messaggi, non rappresenta emozioni, non
indica nessuno scopo edificante; ed è scritto in un manierismo ottocentesco di
dubbio gusto (i nomi dei protagonisti sono tutti di eroi letterari epici, spesso
ci sono delle parentesi che spiegano prolissamente l’etimologia delle parole, e
le frasi sono tutte inutilmente fiorite) che riesce solo ad affaticare la
lettura. Eppure, questa sguaiata rappresentazione delle turpitudini sessuali
(non ne manca proprio nessuna) e comportamentali riesce ad essere accattivante;
e in un modo speciale e infido.
Il libro è un inno al lolitismo più amorale che si possa immaginare. Dolores Haze (la dodicenne del romanzo di Nobocov) a confronto con la protagonista di V.M. 18 è una santa. Desdemona è una quattordicenne per niente bambina, per niente pura, per niente solita. Già da infante scopre la sessualità e poi è tutto un percorrere abissi. Trasferita a quattordici anni nel “Collegio delle Fanciulle”, fonda con due amichette sue succubi e compagne di scelleratezze, Cassandra e Animone, il sodalizio delle “Spietate Ninfette”. La malvagità e il cinismo assoluto di Desdemona deflagra e arriva ad altezze/bassezze indicibili. Drogate, immorali e diaboliche, ma anche affascinate da un senso estetico manierato sia fisico sia comportamentale, le tre sataniche lolite, che ben presto diventano anche amanti oltre che perfide e viziose, ne combinano di tutti i colori. Trascinate dalla irrefrenabile capobanda, si danno ad atti sessuali i più sconcertanti e pornografici, usando sia donne sia uomini (due ragazzi del vicino collegio tanto superdotati quanto scemotti), e anche un cane.
Ed ecco un secondo segno di questo testo: la continua e convinta esaltazione della necessità del male rispetto alla puerilità del bene. Per ben molto meno c’è gente che va in galera o viene inquisita, ma Isabella Santacroce può invece, scrivendo, fare ciò che vuole: pedofilia, esibizionismo, sadismo, masochismo, feticismo, zoofilia, coprofilia, urofilia, infanticidio, omicidio. Tutto è impunito, tutto è leggiadro; le turpitudini provocano alle protagoniste non sensi di colpa o pentimenti ma orgasmi ed estremo compiacimento. La Polizia è secondaria, inutile, superflua: appare per pochi istanti, e poi sparisce senza aver concluso nulla rispetto a esecrabili crimini che restano o nascosti o impuniti. Se le leggi italiane fossero logiche quanto sono moralistiche, l’autrice di V.M. 18 avrebbe l’onere di rischiare una ventina di anni senza condizionale. Invece, bisogna pagarle 7,50 euri per condividerne la feroce criminalità letteraria e rimanere bellamente impuniti nonostante questa seducente, pericolosa nonché volontaria “detenzione”…
La Sade in gonnella divide il mondo fra sé e gli imperfetti che sono gli altri. Giustifica e onora la distruzione di chi non è “perfetto”, non è bello, non è elegante, non è rispondente ai cànoni che lei ha scelto. Però, questa filosofia è così talmente esagerata e netta che alla fine diventa una efficace metafora per dire cose assai diverse. Per esempio, che è inutile pensare a una contrapposizione fra bene e male, che invece sono aspetti dello stesso vivere; e se il bene è “recitato” solo per assecondare una commedia umana formale e piccina, che ben venga allora il (supposto) male con le sue deformità morali, con le sue ossessioni, ma pure con la sua vitalità e la sua forza mescolatrice in grado di spingere in avanti l’umanità. Certamente, una società “perfetta” in cui tutti rispettano tutti e in cui “la Regola” impone il sostentamento di una struttura immodificabile, sarebbe una società immobile, chiusa in se stessa, e in fin dei conti banale e invivibile. La presenza del male, invece, e delle irregolarità, ammettendo o meno che la Santacroce esageri derubricando gli efferati delitti a necessità evolutive, è di sicuro alla base dell’esistenza umana più vera e creativa. In questo senso, accogliamo con favore e rispetto questo strano “femminismo” dell’autrice di V.M. 18, il quale diventa strumento riconoscibile di affermazione anche se cosparso di efferatezze e di diabolicità. Nel gineceo della Santacroce, il maschio è solo un membro in erezione, serve soltanto a soddisfare voglie e piaceri, poi lo si può riporre se non addirittura annientare. Lo stesso Dio che la protagonista non rifiuta anzi ama proprio in quanto più maschio che divinità, non è quel “superman” che tutto può a cui ci ha abituato la religione; no; quel Dio è limitato proprio dagli esseri umani da lui creati, dalle loro cattiverie in cui lui non sa entrare, dalle imperfezioni che lui non ha impedito, dalla natura oscura e reietta da cui neppure lui sa difendersi. Un dio-maschio anche qui perdente, tutt’al più oggetto di piacere esattamente come i suoi omologhi terreni: Cristo in croce suscita nella lolita piaceri carnali, e Dio stesso viene desiderato come marito.
In questo romanzo il bene non vince, non può vincere; anzi, crolla miserevolmente davanti a un male superbo e superbioso. Non c’è lieto fine; o, meglio, il fine è lieto in quanto Desdemona vive la sua tragicissima esperienza al pari di un’evoluzione munifica e istruttiva. Lei esce da quelle nefandezze e si sente migliorata, ingigantita e rassodata nelle sue turpitudini. Non è dato sapere che fine farà questa quattordicenne che si diverte luciferinamente a sembrare quel che non è affatto; il dubbio che di lei è popolato il mondo però assale il lettore, ed è un dubbio che può condurre lontano, non importa se in alto o in basso.